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C’è una tartaruga che in realtà non è una tartaruga, lassù, nel silenzio rosso del cratere Gale, sul pianeta Marte. Molto più grande delle tartarughe terrestri. Curiosity l’ha incontrata durante il suo 4922º giorno marziano, in un luogo che porta un nome terrestre — Miraflores — come se il conoscere Marte fosse qualcosa per cui innanzitutto _dare dei nomi_ a noi familiari. Dare un nome, come portare all’esistenza.
La formazione è grande, abbiamo detto: quindici metri di roccia stratificata che il vento ha scolpito con grande pazienza. La sua “corazza” è un accumulo di sabbia arancione, portata da raffiche recenti. Sotto, invece, si intravede una storia decisamente più antica: strati sovrapposti, depositi intermittenti, sabbie che il tempo ha indurito con l’acqua sotterranea.
**Crediti:**NASA/JPL-Caltech/MSSS; Processing & License: Thomas Thomopoulos
Anche se siamo sempre di fretta, capisco che mi devo fermare, su immagini come questa. Più la osservo (e quanto è stupendo ammirare queste foto di un posto distante mediamente oltre duecentocinquanta milioni di chilometri!), più capisco che questa curiosa tartaruga immobile rappresenta quasi un piccolo trattato di geologia marziana: un esempio di come l’erosione selezioni, scolpisca, risparmi ciò che resiste.
Un processo conosciuto anche sulla Terra — i yardang del deserto del Qaidam ne sono, ad esempio, fratelli lontani — ma che qui assume un’aura diversa, perché ogni forma marziana sembra parlare con una voce più antica e solenne. E le analogie con la Terra, pertanto, si fanno ancora più sorprendenti.
_Curiosity_ e _Perseverance_ , intanto, continuano a muoversi placidamente tra tutte queste storie pietrificate, seguendo le direttiva che ricevono da terra, cercando tracce di vita primordiale, indizi di un passato che non abbiamo mai vissuto ma che desideriamo capire sempre di più e sempre meglio, perché ci sono sempre più indicazioni che ci parlano di una vita passata su Marte: seppure non ne abbiamo ancora la certezza, la probabilità è considerata sempre più ampia (a proposito, di possibile vita su Marte ne discorro con **Luigi Bignami** domenica 2 agosto alle 22.20 su **Focus TV**).
Questo è il punto: in un pianeta che non ha mai conosciuto il nostro sguardo fino all’altro ieri, una roccia curiosa che somiglia a una tartaruga ci ricorda potentemente che l’universo non è così strano: o piuttosto, che lo capiamo davvero solo a patto di rendercelo familiare. Lo comprendiamo solo facendo la fatica di “assimilarlo” a noi.
Che poi, Turtle Rock ovviamente non cammina, non respira, non vive. Eppure, nel suo ostinato silenzio, ci ricorda che la vita è solo una delle forme che la materia può assumere, e che la meraviglia – destata dall’astronomia – nasce proprio dal riconoscere quanto poco del cosmo è tecnicamente “vivo” e quanto, nonostante questo, abbiamo un profondo bisogno di sentirci parte di tutto, di sentire che ogni cosa è collegata, di trovarci insomma a casa nel cosmo.
Forse è per questo che continuiamo a guardare il cielo: perché ogni volta che troviamo una forma familiare in un mondo lontano, capiamo che stiamo cercando tracce di noi stessi, del nostro modo di vedere e di capire. Del nostro modo di dar senso al tutto. Del resto, per qualche misterioso motivo, siamo obbligati a vedere lontano per capire compiutamente noi stessi, altrimenti che senso avrebbe l’astronomia?
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