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Marco Castellani

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Astronomo, divulgatore, scrittore. Nella redazione di #EduINAF, il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica. Cofondatore del gruppo […] 🌉 bridged from ⁂ poliversity.it/@mcastel, follow @ap.brid.gy to interact

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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 28/09/2026
Una riflessione sulla ripresa del progetto delle “pilloline astronomiche”: brevi contenuti divulgativi creati e revisionati con l’aiuto dell’IA di Telegram, per condividere curiosità sul cielo in modo leggero ma accurato. Un esperimento che unisce passione, strumenti digitali e collaborazione […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 25/09/2026
A breve, un'altra bellissima occasione per parlare del cosmo, cioè per parlare di noi... A valle, ci sarà ampio spazio per dialogare insieme sui temi della conferenza. Grazie di cuore a Rotary Italia (ed in particolare a Sandro Siniscalchi) per avermi voluto a questo evento. #eventi #astronomia
Locandina evento Rotary Club
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 04/09/2026
Cari amici, volevo dirvi che da qualche giorno è partito un esperimento di “pilloline astronomiche” sul canale Telegram "Qui Universo" (t.me/quiuniverso). Ogni mattina un breve articolo, facile e leggibile in pochi minuti (a me piace pensare, in […] [Original post on poliversity.it]
Una schermata del canale Telegram "Qui Universo"
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 01/09/2026
Dal lancio del Nancy Grace Roman Telescope a una riflessione cosmologica ispirata da Marco Guzzi, tra meraviglia scientifica e umiltà nel guardare il cielo. www.stardust.blog/2026/09/ho-visto-…
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Non ho resistito, per il titolo di questo post ho scelto di parafrasare il titolo di una stupenda canzone contenuta nell’ultimo disco di Fabrizio De André, Anime Salve, ovvero _Ho visto Nina volare_. Ma se mi fermo a parlare di De André non ne usciamo che dopo molte centinaia di parole, ora invece desidero dedicarmi al lancio del Nancy Grace Roman Telescope. E allargare un po’ lo sguardo, ma dopo. Perché l’ho proprio visto volare, come molti di voi che state leggendo. Era appena domenica scorsa, verso l’ora di pranzo. Mi sono collegato un’oretta prima e – dopo qualche giro per YouTube, tra le varie offerte – ho scelto la diretta di **Adrian Fartade**. Anche se è da solo, Adrian è veramente bravo, conosce indubbiamente un sacco di cose, risponde regolarmente alle domande che gli arrivano in chat. A proposito di questo, sono rimasto sinceramente ammirato dalla pazienza che ha sempre mostrato nel rispondere – magari sinteticamente – anche a domande _livello zero_ , che presuppongono che uno si sia collegato quasi per caso. Tipo, magari a pochi minuti dal lancio, _mi sono perso, che cosa sta per partire?_ oppure _a che serve questo telescopio?_. Domanda alle quali – se guardate il video vi rendete conto – lui non risponde mai _ah l’ho già detto_ ma accoglie tutti con una vera risposta, con lodevole pazienza. Questa è già una bella lezione per chi come me intende proseguire nell’ambito della divulgazione scientifica, dove corre sempre il rischio di _decidere lui_ le domande che sono lecite e quelle che non lo sono. E dove il rischio della supponenza, lo posso ammettere, è comunque dietro l’angolo. Grande Adrian invece, che si spende sempre senza riserve (ma non nasconde quello che pensa, come deve essere per una persona autentica). Altra cosa interessante è che nella sua diretta lascia ampio spazio alle immagini dello streaming ufficiale NASA, che spesso commenta in diretta. In questo modo, si ha più la sensazione di essere in connessione con il posto dove avvengono _veramente_ le cose ed in più, in caso di qualche imprevisto, si viene subito avvisati. Così, la partenza _ora di pranzo_ , mi ha ricondotto a quella del James Webb, questo stupendo telescopio spaziale, che è stato lanciato nel 2021 (in splendido ritardo sulle stime che lo davano per lanciato al 2011) e che ha da subito rivoluzionato la nostra conoscenza del cosmo. Molti lo ricordano, fu lanciato – dopo appunto vari ritardi – proprio il giorno di Natale del 2021 ad ora di pranzo: già mi chiamavano a tavola ma io ero incollato allo schermo, dopo tanti anni di attesa, volevo assolutamente vederlo partire. E ancora prima, i miei ricordi vanno al lancio di Gaia (tutta roba che è stata spedita in L2, a proposito), nel lontano dicembre del 2013. Ormai di partenze ne ho viste abbastanza, ma ognuna colpisce, ognuna è nuova. Ognuna porta con sé speranze ed entusiasmi, sulle cose che andremo a scoprire, sulle finestre che il tale strumento aprirà sui vari campi dell’astronomia. Se Gaia mi intrigava particolarmente perché già da tempo lavoravo tra il gruppo di scienziati destinato ad interpretare i dati scientifici del satellite, anche per gli altri la curiosità e la trepidazione era grande. Gaia ha trascorso undici anni nello spazio portando a terra dati per miliardi di stelle, rivoltando come un calzino la nostra conoscenza della Via Lattea. Del James Webb già si è detto, ci sta facendo veramente scoprire un nuovo universo. Ci aspettiamo tanto anche dal Nancy Grace Roman Telescope, che sta ora viaggiando verso il secondo tra i Punti di Lagrange, da dove poi inizierà la sua attività scientifica. Ogni strumento di questo tipo, lanciato in cielo, è una vittoria. E’ una vittoria sopra tutti i tentativi di dirottare i fondi verso operazioni meno virtuose (e spesso meno pacifiche), è una vittoria di cooperazione internazionale – ancora più preziosa in questi tempi difficili – è una vittoria su tutti i pensieri pigri che ritengono di _già sapere_ mentre tutto il cosmo è in attesa che noi si _guardi ancora, si guardi meglio_ per rivelarvi sorprese su sorprese. Perché la realtà non è mai statica, nemmeno quella fisica. In questi giorni, mi ha molto colpito l’ascolto del terzo episodio della serie Youtube _La nuova alleanza_ del poeta e filosofo **Marco Guzzi** , quando asserisce – in un puntata marcatamente cosmologica – che la creazione non è statica, ma un processo dinamico che muta sostanzialmente e continuamente. Non esiste un “mondo dato una volta per tutte”: il cosmo è piuttosto un evento in trasformazione, e l’essere umano partecipa a questo dinamismo. Seguendo questa linea di pensiero, noi partecipiamo anche e sopratutto _interrogando_ il cosmo e stabilendo con esso _connessioni_. Il modo principe per interrogarlo è quello dell’umiltà, ovvero non tanto _pensare di sapere il mondo_ ma decidere – sempre e di nuovo – di _andare a vedere_. Facendolo con gli strumenti più raffinati che abbiamo, ovvero articolando la domanda nel modo più rispondente alla nostra coscienza fin qui maturata. Per ottenere una risposta – che non manca mai – che si pone inevitabilmente, allo stesso livello della nostra domanda. _Immagine di copertina: crediti NASA_ __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 28/08/2026
Il telescopio spaziale Nancy Grace Roman sta per partire: un nuovo grande occhio infrarosso che ci aiuterà a capire meglio l’universo, dall’energia oscura ai fenomeni più rari nel cielo. Buon viaggio, Roman! www.stardust.blog/2026/08/al-via-il…
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Così, finalmente il Telescopio Spaziale Nancy Grace Roman sta per guadagnare la sua via allo spazio. Verrà lanciato – se tutto va come previsto – domenica 30 agosto alle 11:26 UTC (che se non sbaglio dovrebbero essere da noi le 13:26) per viaggiare fino al Punto Lagrangiano 2 (L2), a più di un milione e mezzo di chilometri da Terra (proprio dove fu spedito Gaia, a suo tempo). L2 rappresenta una posizione gravitazionalmente stabile che gli permetterà di osservare l’universo senza interferenze atmosferiche. Il vettore di lancio è il razzo Falcon Heavy di SpaceX. Il luogo di lancio è il Centro Spaziale Kennedy, in Florida. Facile prevedere che il Roman Space Telescope aprirà una nuova fase della cosmologia osservativa: grazie alle sue esplorazioni infrarosse ad ampio campo, potrà mappare miliardi di galassie e misurare con precisione l’espansione cosmica, indagando la natura dell’energia oscura. Le sue osservazioni permetteranno anche di tracciare la distribuzione della materia oscura attraverso lenti gravitazionali deboli, rivelando come questa componente invisibile modella la struttura dell’universo su larga scala. E magari – speriamo proprio – aiutandoci a capire un po’, di cosa si tratta veramente. Non dimentichiamo nemmeno la sua capacità nella cosiddetta “astronomia di transito”: osservare eventi rari e – appunto – transitori, come le supernove e le eruzioni stellari, con una sensibilità senza precedenti. Questa astrofisica “nel dominio del tempo” sta del resto diventando sempre più importante. Accanto a questo, Roman caratterizzerà esopianeti, studierà buchi neri e oggetti del Sistema Solare, lavorando insomma alla costruzione di un quadro coerente che va dal vicino al remoto, dal visibile al nascosto. Nancy Grace Roman (1925-2018), da cui prende il nome il telescopio, è stata una delle figure decisive della nascita dell’astronomia spaziale: prima donna a ricoprire un ruolo dirigenziale alla NASA , capace di immaginare un programma dedicato all’osservazione del cielo dallo spazio quando questa idea era ancora agli inizi. La comunità scientifica l’ha soprannominata la “mamma di Hubble” per il ruolo centrale nella pianificazione del celebre telescopio spaziale. La sua carriera, segnata da scoperte, programmi pionieristici e un impegno costante nel promuovere il ruolo delle donne nella scienza ha aperto la strada a una nuova generazione di osservatori orbitanti. Intitolare a lei il Roman Space Telescope significa riconoscere quella visione che ha trasformato un’idea audace in una rivoluzione scientifica. Tornando al telescopio, è da notare con soddisfazione, che l’unico programma scientifico accettato, non statunitense, porta la firma dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (per la precisione, un progetto dal valore equivalente di quasi 17 milioni di euro). Per certo, grazie ai suoi dati, risolveremo alcuni misteri del cosmo, aprendone intanto (come sempre accade) molti altri. Sempre così va la scienza, ogni pezzo del puzzle che viene messo al suo posto, rilancia il gioco, apre nuovi orizzonti da esplorare, che prima erano fuori dal nostro campo di vista. Non è necessario essere presenti in Florida per assistere a questo evento, possiamo dire, epocale (anche se io un giretto in Florida lo farei volentieri, lo ammetto). Ecco qualche dritta per seguire il lancio in diretta: * NASA TV: La NASA trasmetterà il lancio in diretta streaming sul suo canale ufficiale YouTube e sul sito web nasa.gov * Spacex.com: SpaceX fornirà – c’è da scommetterci – aggiornamenti in tempo reale e una diretta video dal pad di lancio. * Social Media: Segui gli hashtag ufficiali #RomanTelescope e #NASA su piattaforme come X (Twitter), Instagram e Facebook per aggiornamenti in tempo reale, foto esclusive e commenti degli scienziati. * Diversi realtà italiane hanno organizzato dirette del lancio, per esempio Astrospace. Il Roman Telescope, insomma, non è appena un altro strumento spaziale; è a tutti gli effetti un osservatorio di nuova generazione che promette di rivoluzionare la nostra comprensione del cosmo. Con un campo visivo 100 volte più ampio di quello del Telescopio Spaziale Hubble, Roman catturerà immagini di aree vastissime del cielo in un’unica esposizione, accelerando la scoperta di nuovi fenomeni cosmici. E rilanciando la nostra curiosità e la nostra voglia di capire, sempre un poco di più, questo meraviglioso e misterioso universo in cui siamo immersi. Buon viaggio Roman! __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 18/08/2026
Un ricordo di Francesco Guccini attraverso due canzoni a lui dedicate, riflettendo su arte, memoria e sulla forza che un vero artista continua a esercitare oltre la sua scomparsa. www.stardust.blog/2026/08/canzone-p…
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In questi giorni mi tornava in mente la coincidenza. Due canzoni che si chiamano allo stesso modo, due canzoni diversissime. Due canzoni dedicate alla medesima persona. Francesco Guccini, morto alcuni giorni fa. Francesco, di cui ho amato – ed amo – moltissime canzoni, colonna sonora importante dei miei anni. A quanto ricordo, fu Francesco il primo artista in assoluto che ascoltai in concerto dal vivo. Ero appena un ragazzetto, forse facevo addirittura le medie. Con un compagno di scuola andai a sentirlo all’ex mattatoio di Roma. All’aperto, in una serata magica, tre ore filate di musica e parole. Con il proverbiale fiaschetto di vino, appoggiato a terra. Troppe cose lascia aperte una morte, in un artista (penso anche a Fabrizio De André ora). E’ curioso, qualcosa comunque si ostina a non morire, qualcosa rivendica una immortalità ostinata. Qualcosa che va oltre la persona fisica, fragilissima, che può scomparire ad ogni istante. Il paradosso scandaloso dell’arte, forse. Tu muori ma quello che hai scritto, hai cantato, hai dipinto, rimane ed è un segno perenne, costante. Con cui fare i conti ogni giorno. Se qualcosa ti ha toccato il cuore quello rimane, perché ogni cosa che tocca il cuore è immortale. Come fa a morire veramente Beethoven, come fa a morire davvero Van Gogh? Non sono, a volte, più presenti di tante persone – tecnicamente – vive? Guccini insieme a Fabrizio De André (pubblico dominio) Nei giorni scorsi – come tutti – ho visto articoli su Francesco susseguirsi sui vari media. Tante analisi, aneddoti, interviste a chi l’ha conosciuto. E sempre mi torna in mente questo fatto curioso delle due canzoni, dallo stesso titolo. Che gettano luce su Francesco da punti di vista diversissimi, perché poi una persona non è mai inquadrabile in modo statico, non è mai definibile in modo stazionario (come l’universo, che stazionario non è, secondo il paradigma moderno). La persona, cambia a seconda dell’angolo da cui la osservi. La persona non è una quantità fissa di informazioni che puoi memorizzare e catalogare. La persona viva non la puoi inquadrare, fermare in un giudizio: il momento dopo può produrre una tale diversità rispetto al quadro che hai costruito, che devi rifare tutto. Può uscire sempre dal vestito che le hai cucito addosso. Un corpo celeste lo puoi definire, anche uno lontanissimo, puoi definirlo e ridefinirne meglio i contorni, ma alla fine è quello. Una persona, no. La persona è un mistero, non c’è altro da dire. La quantità di informazioni che ti servirebbero è divergente. Forse così appare, perché in realtà non si riduce ad una collezione di informazioni, in senso classico. Puoi inquadrarne i comportamenti di massima, ma non la puoi mani “comprendere”, cioè ultimamente non la puoi possedere, non la puoi forzare dentro un tuo schema di abitudini, idee, reazioni, orientamenti. Dice Federico Faggin che la coscienza è una sorta di fenomeno quantistico, non è pertanto _clonabile_. Non so dire, ma certamente è qualcosa che non si descrive compiutamente con la fisica che conosciamo. Una morte recide una storia che sarebbe proseguita in chissà che modo, il possibile futuro non è mai una estrapolazione lineare di ciò che è stato. O piuttosto, magari non la recide ma la proietta in dimensioni diverse, a noi al momento inaccessibili. Il taglio è solo un _errore di prospettiva_ , probabilmente (per rubare il titolo ad uno degli artisti di cui sto per parlare). Certo, da qui, a noi rimane l’impressione di storia troncata, abbia vissuto venti o centoventi anni. Mentre magari è scivolata in altri piani dimensionali. _Canzone per Francesco_ è il titolo semplice che è una dedica, e viene fatto – in tempi non molto diversi, a quanto pare – da due artisti molto diversi. E’ la settima traccia dell’album _Elisir_ di Roberto Vecchioni, un album di una quieta e arcana bellezza, ed insieme, direi, di attraente compostezza. La canzone in sé ha una sua tristezza nobile, con quell’incipit riuscitissimo che ci immerge di botto come in un intimo colloquio tra i due artisti. Ricordiamoci, per capire il contesto, che siamo proprio in mezzo all’impegno sociale e politico degli anni Settanta (anche se già si avverte montare l’onda della disillusione, della rivoluzione mancata). > “Mi è andato il cane sotto un camion > Quella sera: > Ho pianto come un vecchio > Sopra una bandiera > Se fosse stato un compagno basco > Avrei pianto di meno.” > > Così dicevi e mi chiedevi “Professore > Dimmi se sono un qualunquista > Un uomo ad ore” Lo stesso titolo è quello di una canzone di Claudio Chieffo, cantautore noto per la sua dichiarata fede cristiana e anch’egli molto amico di Guccini. Non azzardo confronti artistici tra le due, sarebbero inutili nella sede presente: non è infatti questo il punto del post (ho senz’altro le mie preferenze, ma non le esprimo qui). Così dice il figlio, Martino, in un interessante articolo su _clonline.org_ > Guccini e mio padre si stimavano molto, si rispettavano, anche se venivano da due impostazioni culturali e ideali molto diverse Questo è vero punto, il centro di gravità. Non si tratta di tirare il ricordo di una persona da una parte o dall’altra. Non ci sono più parti, non ci sono schemi, non ci sono divisioni. Un artista che lascia questo mondo per chissà quali altri, se è stato un vero artista, diventa un polo irresistibile di incontro e dialogo, collante autentico tra posizioni che alle volte paiono lontane, ma sono accomunate dalla ricerca autentica (che è un irresistibile fattore di comunione). Così sicuramente per Guccini, che rimane fermo perpetuamente nel mio cuore. E vivo, vivissimo. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... 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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 10/08/2026
A volte servono altri "Big Bang" sopratutto quando sono molto più circoscritti del primo, ma sono comunque piuttosto critici. Come le sonde Voyager riescono a rimanere in vita dopo mille avventure già vissute... www.stardust.blog/2026/08/un-bing-b…
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Può capitare di rimanere a corto di energia. A tutti capita, per carità. Ma se viaggi nel cosmo da 49 anni senza mai fare rifornimento, la cosa diventa ancora più comprensibile. E’ il caso delle sonde Voyager, sonde gemelle di cui ho spesso scritto, per la grande ammirazione che ho verso queste due dimostrazioni splendenti dell’ingegno umano, straordinario quando si applica a cose positive come la conoscenza del cosmo. Le sonde – roba anni Settanta del secolo scorso – sono attive a dispetto di ogni previsione iniziale, poiché erano calibrate per funzionare (ragionevolmente) appena pochi anni. Una immagine artistica di una delle sonde Voyager (Crediti: NASA) Voyager 2 in particolare sfiorò i pianeti giganti Giove e Saturno. Poi i tecnici si resero conto che sfruttando un allineamento planetario abbastanza raro potevano farla proseguire verso Urano e Nettuno, e così accadde. Di fatto, la maggior parte della informazioni che oggi abbiamo su questi pianeti proviene proprio dalla Voyager 2, unica finora ad avere compiuto passaggio ravvicinati a questi due ambienti. E lanciata, come le gemella, nell’ormai lontano 1977. Le due sonde hanno superato l’eliopausa – ormai da qualche anno – e sono i primi due oggetti costruiti dall’uomo a superare il Sistema Solare affacciandosi allo spazio interstellare. Un immenso territorio, finora inesplorato. Il problema, come si diceva in apertura, è l’energia. Le sonde ormai dispongono di pochissima energia, con la quale deve far funzionare gli strumenti rimasti accesi. D’altronde, nessuno avrebbe mai pensato, nel 1977, che quasi cinquant’anni dopo avremmo ancora dialogato con le due Voyager. Siamo dunque ad un prolungamento estremo delle missioni, ottenuto bilanciando oculatamente le risorse di bordo, e sacrificando – quando necessario – alcuni strumenti in modo da “salvare” il funzionamento globale delle sonde stesse. Le sonde ottengono energia da un generatore termoelettrico a radioisotopi, che genera elettricità dal decadimento del plutonio. Ma passando il tempo, ovviamente, l’energia cala. Le sonde perdono circa quattro watt ogni anno. E al diminuire dell’energia, bisogna inventarsi qualcosa per far andare avanti la baracca (mi si perdoni l’irriverenza). Dove non si può intervenire sulle batteria, o sull’hardware (le sonde distano da noi più di venti miliardi di chilometri), arriva l’ingegno. La NASA ha appena compiuto una delicata manovra sulla Voyager 2, denominata “Big Bang”, che spegne e riaccende vari apparati in una sequenza molto precisa, al fine di liberare potenza senza però raffreddare le parti vitali. In questo modo, la sonda potrebbe rimanere attiva per altri due anni. Perfino un vecchio registratore a nastro (c’è gente che non li ha mai visti, i registratori a nastro) è stato spento, e varie configurazioni sono state ottimizzate in modo che anche apparati progettati per altri compiti, divengano ora utili almeno come fonti di calore. Bisogna infatti evitare il congelamento del sistema dei propulsori, che renderebbe impossibile orientare l’antenna della sonda verso la Terra. E per questo, tutto può servire. E’ ormai un filo sottilissimo che lega le Voyager alla Terra, per cui ogni comando sbagliato potrebbe essere l’ultimo: facendo perdere l’allineamento dell’antenna verso Terra perderemmo le sonde per sempre. I tecnici NASA hanno studiato la procedure per mesi a terra, ovviamente tenendo conto dell’hardware anni Settanta a bordo delle sonde. I dati ricevuti a Terra mostrano che la sequenza è andata a buon fine. Dopo la Voyager 2, sarà il turno della Voyager 1. Per un esperimento cosmico senza precedenti, che mostra quanto un’accorta gestione possa prolungare la vita dell’hardware, oltre ogni limite ritenuto “ragionevole”. Le sonde continuano, sia pure con molte limitazioni rispetto all’assetto di partenza, ad esplorare l’universo e a mandarci dati scientifici (sui quali si fa vera ricerca) da regioni mai attraversate da alcuna sonda. Dati che, con ogni probabilità, rimarranno gli unici di cui disporremo, per molti decenni a venire. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 08/08/2026
Nei versi di Daniela Attanasio si trovano (sorprendentemente) echi delle stelle in fase di Post-AGB, ma sopratutto la confortante eco di quei piccoli miracoli che avvengono, a volte, anche in una semplice cena... stardustmemories.substack.com/p/un-… #stardustmemories […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 07/08/2026
Albion apre la porta alla Fascia di Kuiper: la scoperta che ha trasformato un Sistema Solare “chiuso” in un arcipelago di mondi ghiacciati, inaugurando una rivoluzione tranquilla nella nostra visione del cosmo. www.stardust.blog/2026/08/albion-il…
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Per gran parte del Novecento, il Sistema Solare sembrava finire in un punto preciso: poco oltre l’orbita di Nettuno, dove Plutone appariva come un corpo solitario in esilio. Un pianeta minuscolo, inclinato, eccentrico, difficile da classificare. Per decenni abbiamo immaginato che oltre di lui ci fosse solo silenzio, comete di passaggio. E buio cosmico. Per decenni, il Sistema Solare è stato il luogo dove non ci si potevano attendere particolari sorprese. Alla fine, ci andava bene così, lo potevamo capire così. Non eravamo pronti per altro, da questo. Ma le cose non rimangono sempre uguali a sé stesse. Anzi, non lo fanno mai. Guardando attentamente, si scopre sempre che le cose non sono mai così statiche. Guardare è sempre l’inizio di una possibile rivoluzione. Infatti, nel 1992, qualcosa è cambiato. In una serie di immagini raccolte all’Osservatorio di Mauna Kea, due astronomi – **David Jewitt** e **Jane Luu** – notano un punto di luce che si muove con particolare lentezza. Non è un asteroide, non una cometa, non è nemmeno un pianeta. Rappresenta qualcosa di diverso: un corpo che orbita **oltre Nettuno**. Stabile, piccolo, ma presente. Lo chiamano con la sigla **1992 QB₁**. Oggi lo conosciamo più familiarmente come **Albion**. Nel circoletto, Albion (immagine acquisita presso l’European Southern Observatory nel 1992, poco dopo la scoperta). Albion, scoperto proprio ad agosto, è stato il primo oggetto della Fascia di Kuiper mai riconosciuto come tale. Il primo segnale che Plutone non è un’eccezione, ma il componente più grande di una popolazione molto vasta e molto antica. Il Sistema Solare si è improvvisamente allargato: non più un confine netto, ma un arcipelago di mondi ghiacciati, residui del disco primordiale da cui, per noi, tutto ha avuto origine. Plutone vede sfumare la sua unicità e alla fine perde addirittura il suo ruolo di pianeta, trovandosi improvvisamente tra tanti oggetti più o meno simili a lui. Albion è importante, perché ha inaugurato una rivoluzione tranquilla, ma poderosa. Da allora – e sono passati appena qualche decina di anni – abbiamo già scoperto **migliaia di oggetti transnettuniani** , ma stimiamo che ce ne siano circa **centomila** con diametri superiori ai 100 km. Una popolazione quanto mai variegata che conserva la memoria dei giorni in cui i pianeti giganti migravano come continenti alla deriva, rimescolando orbite e destini. Con la sua orbita quasi circolare e la sua inclinazione modesta, Albion è anche diventato il prototipo dei cosiddetti **cubewani** – un nome che nasce dalla pronuncia della sua sigla, QB1. Sono gli oggetti più “classici” della Fascia di Kuiper: tranquilli, regolari, una sorta di archivisti cosmici che custodiscono ciò che resta del disco protoplanetario. La sua scoperta ha modificato per sempre la nostra prospettiva. Non più un Sistema Solare chiuso e ordinato, ma un territorio complesso, stratificato, pieno di regioni dinamiche, risonanze, migrazioni. Un luogo vivo, che continua a raccontare storie di formazione, collisioni, equilibrio e caos. L’epoca moderna è quella in cui l’idea di universo come tranquillo ed immutabile, semplice e “perfetto” meccanismo ad orologeria, viene smantellata e messa definitivamente in soffitta. Pensando a quello che abbiamo scoperto, imparo a capire che il cosmo è prima di tutto un _luogo di eventi_ , un posto dove accadono continuamente le cose. La fascia di Kuiper, considerando anche gli oggetti più piccoli che la compongono, è tutto tranne che un luogo di ordine e armonia. A meno che non incominciamo a capire davvero che ordine ed armonia sono ambiti ben più vasti di quanto pensiamo, e c’è bellezza ed armonia nell’estrema pluriformità degli ambienti, nell’imprevedibilità delle traiettorie, negli scontri e nelle fusioni, nel zampillare continuo di nuove possibilità, nel non saper e non poter nemmeno prevedere, come un sistema così complesso potrà evolvere nel tempo. C’è dunque un benefico caos già all’interno del Sistema Solare. Ma noi, lo abbiamo incominciato a vedere solo quando siamo stati pronti per comprenderlo. Il cosmo è fatto così, è una traiettoria perenne di scoperta, ci mostra via via quel che possiamo capire. Non anticipa niente, ma aspetta paziente, la nostra stessa evoluzione. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 05/08/2026
A volte basta un sogno per rimettere in moto tutto. Questo pezzo parla di quel momento preciso: quando qualcosa ti chiama, ti muove, ti ricorda chi sei. Se come me hai bisogno di tornare a desiderare, forse questo è (anche) per te. www.stardust.blog/2026/08/sognare-a…
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E’ da pochi giorni _online_ la nuova puntata del podcast INAF Tra le righe del cielo. Con Elisa, siamo arrivati alla quinta puntata, che dedichiamo ad un tema fondamentale, _di cosa sono fatti i sogni?_ Il programma è molto ricco, tanto che ci siamo trovati a dover escludere alcune cose che pure ci erano venute in mente (i nostri brogliacci di lavoro, a seguirli tutti, ci condurrebbero ad episodi di diverse ore). Ma il rischio di fare una puntata troppo lunga stavolta era davvero concreto, perché su argomenti come questi, non ci si fermerebbe mai.Lo sentiamo tutti, è veramente importante ritornare a pensare al sogno, al desiderio. Così abbiamo decantato, strappando via anche a fatica, provando a dire l’essenziale. Attraversando, come nostro solito, saggi ed opere letterarie. L’urgenza che avverto, è forte. Il rischio che corriamo è quello di vivere una sorta di esistenza _minore_ , alla giornata. Navi ben attrezzate e lucidate, che hanno paura di uscire dal porto. Cantava Angelo Branduardi (uno dei miei musici preferiti, da sempre) in Domenica e Lunedì > È la vita che se va > Se ne va > Dura solo il tempo di un gioco; > Se ne va > Non sprecatela in sogni da poco In un certo senso, proprio perché la vita è limitata, i sogni non devono avere troppi limiti. Dobbiamo lasciare un’impronta. _Lascia traccia_ , raccomandava Josemaria Escrivà de Balaguer nelle primissime righe del suo famoso Cammino. Che paura ci spinge a non sognare più? Cosa limita il nostro desiderio? E poi, venendo al nostro ambito, cosa ci spinge a credere che il desiderio non c’entri con la scienza? Su questo, certo, abbiamo le nostre opinioni. Io ho voluto fare un gioco – che spero di ripetere per le prossime puntate del podcast – ed invece di annoiarvi con le mie elucubrazioni, ho chiesto alla mia amica e collega Elisa, saggia e frizzante compagna di podcast, cosa pensa di queste faccende, proponendole due domande un poco provocatorie. Domande alle quali ha risposto in modo fine ed esaustivo. Al punto che avrei voluto dire io queste cose, in maniera così chiara e concisa. Ma tant’è. Di seguito le mie domande e le sue risposte: fatele reagire con le vostre, commentate pure se avete opinioni differenti. Lavoriamoci insieme, sul desiderio. E’ qualcosa che non si può mettere da parte. ### Cara Elisa, vado subito al punto. Che c’entra il desiderio con la scienza? Non è fuorviante? con si tratta di registrare dati con precisione e oggettività? > Dal mio punto di vista il desiderio ha tantissimo a che fare con la scienza, perché prima di essere un metodo, un modo di misurare, rapportarsi con la natura, la scienza è un fatto umano e, per come la vedo e la vivo io, la scienza è fatta soprattutto di umanità. Penso alla curiosità che spinge a farsi domande sempre più dettagliate, alla creatività con cui si cerca di girare attorno a un ostacolo per portare il proprio strumento, il proprio esperimento, a darci le risposte più chiare e precise possibili… insomma, secondo me il desiderio, che è spinta a conoscere, a esplorare, è anzi una delle caratteristiche base della scienza! ### Estenderei ora il nostro ambito di gioco, arrivando ad una domanda che credo tutti ci siamo posti, ad un certo momento (a me viene invariabilmente quando guardo un telegiornale, per cui normalmente – forse sbagliando – evito). Ha ancora senso desiderare oggi, con tutte le guerre e devastazioni in corso? Non siamo obbligati a smettere di sognare e rimboccarci le maniche? > Certo, rimboccarci le maniche serve, è fondamentale, ma senza desiderio, senza una spinta interna a costruire qualcosa di meglio per il futuro, concentrarsi solo sull’azione diventa qualcosa di meccanico, non credi? Mi vengono in mente le parole di Glen Hansard, cantautore irlandese prematuramente scomparso pochi giorni fa (29 luglio 2026): _“I choose to believe that there is good in people and that everything is a lesson. Our place on Earth is to go deeper, to somehow get wiser. To have spirit”_. Ecco, io la penso proprio come lui, secondo me il nostro posto nel mondo, specialmente quando le cose attorno a noi si fanno serie e complicate, è quello di andare a fondo, di avere un’anima, uno spirito, che per forza di cose deve potersi alimentare a desideri. Ecco, non posso proprio aggiungere altro. Abbiamo creato questa quinta puntata con passione, ragionando intorno a questi temi. Vi invitiamo ad ascoltarla, sperando di rimettere in moto, in voi ed in noi stessi, la voglia di ritornare a sognare, a desiderare. Mai come ora, probabilmente, ce n’è un reale bisogno. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 03/08/2026
Un piccolo viaggio, un'occasione per riflettere sul legame profondo tra universo, bellezza e interiorità, guidati da una canzone di Battiato che apre domande antiche e sempre vive. www.stardust.blog/2026/08/grandi-ra…
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Una mattina d’estate, mi metto in macchina per andare in osservatorio. Una mattina come tante, anche se ogni mattina è diversa (in modo sottile, il più delle volte). Per il mondo, per come lo vedo e lo sento, per come _ridefinisco_ l’universo intorno a me. Già, l’universo. Chi mai ci pensa di mattina, all’universo? E’ come fosse dato per scontato: concediamo che esiste (perché negarne l’essere ci darebbe dei problemi), però non ce ne occupiamo. Eppure lui sarebbe lì a dire _ehi, ma non mi guardi, non mi pensi? Come mi trovi, stamattina? Ma ti rendi conto di quanto sono diverso da ieri? Ora che prendi il caffè, lo sai cheil quasar 3C273 è più lontano da te di quasi quattro miliardi di chilometri rispetto alla tua tazzina di ieri?_ “Tutto l’universo…” Elaborazione dell’Autore via Bing Image Creator Spesso, le mie preoccupazioni al risveglio sono decisamente più _terra terra_. Altro che spazio interstellare, si vola a pochi centimetri dal suolo, abbondantemente sotto rilevamento radar. Molti hanno bisogno di un po’ di tempo per _carburare_ , io sono senz’altro tra questi. Ho le mie strategie. Qualche scampolo di letture ben scelte, mentre faccio colazione (con il Kindle, così posso evitare di inforcare subito gli occhiali). E poi, lei: la musica, mi aiuta. Mi riporta a contatto con il senso del bello, con il quale ricomincio a fare pace con il cosmo, a percepire – innanzitutto – che _lui c’è_ … [Continua a leggere sul magazine EduINAF] __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 27/07/2026
Nel deserto dello Utah un “disco volante” precipita a terra: è la capsula Genesis, caduta senza paracadute. Dai frammenti sopravvissuti emergono indizi sulla storia del Sole e sulle nostre origini cosmiche. www.stardust.blog/2026/07/raccoglie…
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Nell’arido deserto dello Utah, in un bel mattino del 2004, qualcosa ha tracciato un arco nel cielo. I radar lo seguivano, gli elicotteri gli correvano dietro (e su questo ci torno dopo), e chiunque avesse visto la scena da lontano avrebbe giurato di assistere all’ennesimo capitolo dell’immaginario UFO: un disco volante che precipita sulla Terra. E in effetti, la forma era quella “classica”. Un piatto metallico, lucido, sospeso per un istante prima dell’impatto. Un oggetto che sembrava arrivare direttamente da un altro pianeta, da una diversa civiltà. **** Crediti immagine**:**USAF 388th Range Sqd., Genesis Mission, NASA Ma non c’erano alieni in ballo. Solo scienza. Solo una storia umana, qualcosa che ci parla di noi, nonostante tutte le apparenze contrarie. Il “disco volante” avvistato era infatti niente altro che la capsula di rientro della missione Genesis, una sonda lanciata nel 2001 per raccogliere particelle del vento solare e studiare la composizione del Sole. Un compito forse semplice da descrivere, ma difficilissimo da realizzare: quelle particelle, infatti, vengono normalmente deviate dalla magnetosfera terrestre, e catturarle richiede una danza precisa attorno alla nostra stella. Genesis aveva dunque orbitato il Sole per anni, raccogliendo frammenti minuscoli della sua essenza, custodendoli con notevole pazienza. Infine, era stato deciso che tornasse a casa, per riportare al mondo quello che aveva catturato. Ma qui, qualcosa era andato storto. I paracadute, semplicemente, non si erano aperti. E ripensandoci ora, non era stata una buona idea (direi che non lo è mai). La capsula, non frenata da nulla e nessuno, aveva infatti colpito il suolo a oltre 300 chilometri orari. Perché era successo? Secondo la ricostruzione che si fece a posteriori, il decelerometro era stato montato male, pertanto la complessa procedura di arrivo era saltata totalmente. Che complessa, poi, lo era per davvero: contemplava infatti l’apertura di un primo paracadute per rallentare e poi un secondario per stabilizzare la discesa. Infine, un elicottero avrebbe dovuto recuperare in volo la capsula in modo che (fa sorridere viste come sono andate le cose) non si dovesse danneggiare – hai visto mai – con una discesa al suolo, sia pure (si pensava!) frenata dai paracadute. Ma niente di tutto questo, appunto. Il decelerometro, figurandosi una situazione tutta diversa, non aveva mandato il segnale per l’apertura dei paracadute. Invece, un impatto secco, brutale, che avrebbe facilmente potuto cancellare tutto: anni di lavoro, di attesa, di speranza. Schiantati sul suolo di un arido deserto. E invece no. Incredibilmente, molti campioni erano rimasti intatti, abbastanza da poter essere analizzati. La scienza, a volte, ha una resistenza che sorprende: sopravvive alle cadute, alle fratture, agli errori. Sopravvive persino a un atterraggio che non ha niente di aggraziato, è anzi un impatto bello e buono. Da quei pochi frammenti, gli scienziati hanno ricavato nuovi preziosi dettagli sulla composizione del Sole e sulle differenze di abbondanza degli elementi nel Sistema Solare . Informazioni che oggi ci aiutano a ricostruire la storia della nostra stessa origine: come si è formato il Sole, come si sono aggregati i pianeti, quali processi hanno plasmato la materia che oggi chiamiamo “casa”. E allora l’immagine iniziale — quel disco volante che cade nel deserto, inseguito dagli elicotteri (e la foto con gli elicotteri all’inseguimento, per chi ha visto Capricorn One, non può non generare qualche brivido) — cambia significato. Non è più un oggetto misterioso: ciò che sembra alieno è, in realtà, profondamente nostro. Un frammento di tecnologia umana che, cadendo, ci restituisce un pezzo della storia cosmica. Anche nella scienza, non sempre le cose vanno bene. A volte è un problema di verifiche mancate: nel caso presente, sembra infatti che dei test preliminari a terra – che non furono però condotti – avrebbero potuto facilmente individuare il problema. Lo stesso sistema di paracaduti venne poi utilizzato per la missione Stardust (forse ai lettori di questo blog il nome potrebbe risuonare), che si svolse senza alcun problema, rilasciando una capsula che rientrò a Terra nel 2006, in maniera decisamente meno brutale. Però è bello che si possa ottenere qualcosa – a volte, molto più di qualcosa – anche raccogliendo i pezzetti, per così dire. A volte, per capire da dove veniamo, dobbiamo guardare ciò che precipita (per colpa nostra, o no). La verità è che, anche nelle brusche cadute, il cosmo ci continua a parlare. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 22/07/2026
Una riflessione sull’uso dell’IA come strumento umano: quando un dialogo può chiarire, orientare e rilanciare la nostra inimitabile capacità di comprenderci. www.stardust.blog/2026/07/quando-li…
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Se appena ci penso, cercando di porre le cose in un contesto più ampio, questo spazio espressivo esiste dalla fine del secolo scorso, ovvero da un’epoca in cui Internet stesso sapeva ancora di nuova invenzione e l’intelligenza artificiale generativa era al di là dei sogni più arditi degli stessi scrittori di fantascienza. Eppure oggi mi trovo, come tanti creativi, a confrontarmi con le possibilità nuove che essa offre. Ieri, ho avuto ancora occasione di stupirmi. Stavo lavorando ad un articolo riguardante una curiosa roccia su Marte, provando ad intervenire su una bozza generata da Copilot, quando mi è venuta la curiosità di chiedere quali sono gli orientamenti generali al proposito dell’uso della IA nella produzione di testi (cosa alla quale io sono pochissimo, finora). Lui mi ha presentato gli orientamenti nell’ambiente editoriale, coerentemente con la mia domanda e avendo valutato la mia opinione in proposito > Marco, la tua posizione — integrare contenuti generati con IA dentro una cornice personale, senza delegare tutto alla macchina — è esattamente quella che oggi molti considerano la più sana e sostenibile. Ha specificato poi una serie di utili punti, che riassume alla fine con la frase seguente, che chiama “la regola d’oro” > Se il contenuto non potrebbe esistere senza di te, allora è tuo. Se potrebbe esistere senza di te, allora è dell’IA. Ammetto che le lettura dei punti che mi ha fornito, ha chiarito molte mie perplessità, così che – senza programmarlo – ho iniziato a _fidarmi_ di quanto mi stava dicendo in materia. Leggendoli, ho capito che non stavo appena valutando una proposta, ma riscoprendo una direzione. Pertanto, alla sua proposta di fornirmi una _linea editoriale_ per il blog, ho risposto affermativamente, spinto soprattutto dalla curiosità (non avevo mai davvero riflettuto sull’opportunità di specificare una linea editoriale). Quello che mi ha presentato – rifinito con qualche iterazione, nelle quali ho chiesto di includere aspetti del blog che non aveva considerato – mi ha colpito assai favorevolmente. Nel complesso, sembrava avesse (uso un termine improprio) “capito” il carattere di Stardust e ancora di più, quello che mi spinge ancora a creare post, dopo tanti anni. Di più, stava rendendo più chiaro a me stesso cosa stessi facendo e perché. Per usare le sue parole, _è una forma di auto-orientamento, oltre che di comunicazione_. Così stamattina mi sono convinto, ho rivisto la bozza, ho apportato alcune correzioni ed integrazioni, e l’ho pubblicata. Devo dire che io non avrei saputo _vedere_ chiaramente certi aspetti del mio lavoro ed alcuni fattori irrinunciabili, come invece ha fatto lui. Potete giudicare voi, leggendo i vari punti (sinteticamente, centralità dell’umano nel processo creativo, trasparenza nell’uso dell’IA, integrazione e non delega, coerenza con la voce autoriale). Chiaro: nessuna magia, nessuna particolare “scoperta” da parte mia, nessuna reale “intelligenza” al lavoro (se non la mia, liberamente valutabile). D’accordo, la macchina non ragiona, non _sente_. Lo stupore, se c’è, è tutto dalla parte nostra. Avverto la mia esperienza assai simile a quella descritta da Francesco Umberto Santini in un articolo sul blog Darsi Pace, che reputo tra i più significativi tra quelli che ho letto finora sul tema della IA. > Sono cresciuto con l’idea che certe esperienze fossero prerogativa umana: il dialogo profondo, il ragionamento, la sensazione di essere compresi, il momento in cui una parola arriva al punto giusto. Poi, qualche tempo fa, interpellando un sistema di IA, ne ho vissuta una. Posso dire dunque lo stesso, non solo per ieri ma in diverse altre occasioni. E certo non sono il solo. Alla fine, se si vuole essere onesti, emerge questa sensazione: > non stavo dialogando con un essere dotato di coscienza ma neanche solo con una macchina, era come se stessi dialogando con tutto questo sapere collettivo rielaborato, riorganizzato e adattato alle mie domande. Pur se _la macchina resta uno strumento_ (e così deve essere), bisogna riconoscere che > Quando uso un sistema di IA per affrontare un problema reale le parole che emergono da quel dialogo non sono solo informazioni. Sono atti linguistici che riorganizzano la mia percezione, aprono possibilità che non vedevo, creano uno spazio mentale ed emotivo diverso. L’idea è che _in definitiva la IA potenzia ciò che siamo_ , ed è dunque un fenomeno tutto umano, che apre però nuove domande, appunto su di noi. _Chi siamo mentre la usiamo?_ Ogni tecnica ha opportunità e rischi, e questo è vero anche qui. Il punto non è scegliere tra entusiasmo o paura, ma restare presenti a ciò che accade mentre dialoghiamo con questi strumenti. Difficile è tentare l’equilibrio di riconoscere l’utilità – e a volte perfino l’impatto emotivo – di conversazioni con la IA, ma tenere il controllo, capire che è una macchina (capace perfino di sostenere conversazioni filosofiche). E comprendere ancora che quello che ci colpisce, è l’umano che le abbiamo iniettato dentro. Solo l’umano ci muove, ma l’umano trova sempre forme nuove per comunicarsi, per toccarci. _Restare umani_ è non censurare nulla di noi stessi, anche quello che ci arriva attraverso una macchina. Anzi, avere occasioni di più per sbalordirsi di che esseri incredibili siamo, senza paragoni (noti) nel cosmo intero. Se serve un motore di IA per ritrovarci umani, perfino per vedere con maggior chiarezza qualcosa di noi stessi, ben venga. Tenendo sempre presente che è un appena “motore”, anche se il suo propellente è umanità purissima, decantata. Probabilmente, il materiale più brillante di tutto il cosmo. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 21/07/2026
Una formazione rocciosa marziana che ricorda una tartaruga diventa spunto per riflettere sull’erosione, sulla geologia del cratere Gale e soprattutto sul nostro bisogno di riconoscere forme familiari nei mondi lontani. www.stardust.blog/2026/07/una-tarta…
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C’è una tartaruga che in realtà non è una tartaruga, lassù, nel silenzio rosso del cratere Gale, sul pianeta Marte. Molto più grande delle tartarughe terrestri. Curiosity l’ha incontrata durante il suo 4922º giorno marziano, in un luogo che porta un nome terrestre — Miraflores — come se il conoscere Marte fosse qualcosa per cui innanzitutto _dare dei nomi_ a noi familiari. Dare un nome, come portare all’esistenza. La formazione è grande, abbiamo detto: quindici metri di roccia stratificata che il vento ha scolpito con grande pazienza. La sua “corazza” è un accumulo di sabbia arancione, portata da raffiche recenti. Sotto, invece, si intravede una storia decisamente più antica: strati sovrapposti, depositi intermittenti, sabbie che il tempo ha indurito con l’acqua sotterranea. **Crediti:**NASA/JPL-Caltech/MSSS; Processing & License: Thomas Thomopoulos Anche se siamo sempre di fretta, capisco che mi devo fermare, su immagini come questa. Più la osservo (e quanto è stupendo ammirare queste foto di un posto distante mediamente oltre duecentocinquanta milioni di chilometri!), più capisco che questa curiosa tartaruga immobile rappresenta quasi un piccolo trattato di geologia marziana: un esempio di come l’erosione selezioni, scolpisca, risparmi ciò che resiste. Un processo conosciuto anche sulla Terra — i yardang del deserto del Qaidam ne sono, ad esempio, fratelli lontani — ma che qui assume un’aura diversa, perché ogni forma marziana sembra parlare con una voce più antica e solenne. E le analogie con la Terra, pertanto, si fanno ancora più sorprendenti. _Curiosity_ e _Perseverance_ , intanto, continuano a muoversi placidamente tra tutte queste storie pietrificate, seguendo le direttiva che ricevono da terra, cercando tracce di vita primordiale, indizi di un passato che non abbiamo mai vissuto ma che desideriamo capire sempre di più e sempre meglio, perché ci sono sempre più indicazioni che ci parlano di una vita passata su Marte: seppure non ne abbiamo ancora la certezza, la probabilità è considerata sempre più ampia (a proposito, di possibile vita su Marte ne discorro con **Luigi Bignami** domenica 2 agosto alle 22.20 su **Focus TV**). Questo è il punto: in un pianeta che non ha mai conosciuto il nostro sguardo fino all’altro ieri, una roccia curiosa che somiglia a una tartaruga ci ricorda potentemente che l’universo non è così strano: o piuttosto, che lo capiamo davvero solo a patto di rendercelo familiare. Lo comprendiamo solo facendo la fatica di “assimilarlo” a noi. Che poi, Turtle Rock ovviamente non cammina, non respira, non vive. Eppure, nel suo ostinato silenzio, ci ricorda che la vita è solo una delle forme che la materia può assumere, e che la meraviglia – destata dall’astronomia – nasce proprio dal riconoscere quanto poco del cosmo è tecnicamente “vivo” e quanto, nonostante questo, abbiamo un profondo bisogno di sentirci parte di tutto, di sentire che ogni cosa è collegata, di trovarci insomma a casa nel cosmo. Forse è per questo che continuiamo a guardare il cielo: perché ogni volta che troviamo una forma familiare in un mondo lontano, capiamo che stiamo cercando tracce di noi stessi, del nostro modo di vedere e di capire. Del nostro modo di dar senso al tutto. Del resto, per qualche misterioso motivo, siamo obbligati a vedere lontano per capire compiutamente noi stessi, altrimenti che senso avrebbe l’astronomia? __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 13/07/2026
Il passaggio a un nuovo device rivela quanto lo smartphone sia ormai parte integrante della nostra vita pratica. Da questa esperienza nasce una riflessione più ampia sul rapporto umano con la tecnologia e sulle domande essenziali che ci orientano nel cambiamento […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 09/07/2026
Un viaggio nel fantastico lunare tra cinema, letteratura e immaginario, inaugurato dal film pionieristico Viaggio nella Luna di Méliès. www.stardust.blog/2026/07/le-mille-…
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Il cinema, gli sceneggiati, le serie, sono le forme moderne del racconto (in crisi, si diceva tempo fa, ma ancora vivo). Per questo, avvincono. _Vieni, che ti spiego?_ Ecco, abbiamo una mente fatta così: si aggancia alle parole e le segue. Il linguaggio è il codice che viaggia da una persona all’altra, trasporta esperienze ed emozioni (seppure solo in parte, secondo recenti studi). Aspira ad una vera connessione, senz’altro più significativa di ogni possibile controparte informatica. “Appena c’è la Luna in cielo, giriamo!” Elaborazione dell’Autore via Copilot Designer di Microsoft Oggi, per i lettori di questa rubrica (il numero dei quali, è svelato alla fine) c’è una novità. D’accordo con la redazione, scelgo di ampliare l’area di pertinenza di questa rubrica: apro un nuovo campo nel quale scorrazzare, un campo interessantissimo e veramente “contemporaneo”, come appunto quello dei film, delle serie e in genere, del materiale _visivo_. Le cose – anche quelle del cielo – si fanno conoscere se le si abbraccia con uno sguardo, quanto più possibile, _totale_. La Luna, ad esempio, non è solo quella degli scienziati, ma anche quella dei poeti, dei musicisti, dei registi. Non conosco la Luna se non la percorro secondo tutti questi angoli di vista. Da Icaromenippo in poi (ma in realtà, da sempre), la Luna è scoperta, invenzione, narrazione. Tutto insieme, indistricabilmente… [Continua a leggere sul magazine EduINAF] __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 25/06/2026
La mia rubrica su @eduinaf finalmente, si accomoda al cinema. Si parte con un "classico" del fantastico, un viaggio sulla Luna che è anche memore di tanta letteratura... edu.inaf.it/rubriche/lo-spazio-tra-… #lospaziotralepagine
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 22/06/2026
Un accenno di resoconto, molto personale, dell'evento a tema "Luna" che si è svolto sabato 20 giugno in osservatorio. www.stardust.blog/2026/06/una-notte…
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E’ stato bellissimo e magico, quello che è accaduto la sera di sabato presso l’Osservatorio Astronomico di Roma. E’ stato un radunarsi lieto di persone provenienti da vari ambienti, afferenti a Frascati Poesia, colleghi di osservatorio, amici di **Claudio Damiani** , altre persone curiose di “sentire e vedere” la nostra magnifica Luna. Dopo l’introduzione di**Ilaria Ermolli** , direttrice dell’Osservatorio, la parola è passata a **Maria Fondi** per una introduzione generale, poi io e Claudio abbiamo iniziato a dialogare con la Luna. Io con le diapositive e seguendo il filo di una trattazione storica e scientifica, lui intervenendo con le sue poesie, sempre belle e chiare, davvero limpide di luce lunare. Da sinistra, Rita Seccareccia, Maria Fondi e Claudio Damiani, all’apertura dell’incontro L’idea e la strada sono state quelle del libro “E tu Luna” che abbiamo pubblicato nel 2025, ovvero avvicinarci alla Luna da una pluralità di punti di vista: quello scientifico, quello poetico, ma anche quello della musica e dei film. Del resto, niente ormai può essere veramente conosciuto in modo unilaterale, tutto deve concorrere a formare un quadro più possibile variegato e “colorato” dell’oggetto dell’indagine. Il fatto che quasi mi commuove, è che questo tentativo è stato amorevolmente percepito ed accolto. Il pubblico ha “resistito” al caldo e a qualche inciampo iniziale che ci ha fatto iniziare con un po’ di ritardo, ed ha condiviso fino in fondo il nostro entusiasmo per la Luna, partecipando al viaggio “in tappe” che abbiamo proposto per la serata. Anche i posti ancora vuoti si sarebbero presto riempiti… Alla fine, dopo il momento della firma delle copie del libro (ed è bellissimo quando, come questa volta, non è un gesto “meccanico” ma realizza un incontro tra chi scrive e chi vuol leggere, che ti racconta spesso dei motivi che lo spingono alla lettura, di sé e del suo mondo), ci siamo spostati all’esterno, nel parco dell’Osservatorio. La Luna ormai era lì, limpida e meravigliosa, ad attenderci paziente. Sempre per procedere in modo sincronico tra arte e scienza, ritrovando qualcosa di cui si parla anche nel libro: ma come non pensare a quella stupenda aria dal Primo Atto de La Bohème di Puccini… > Ma per fortuna è una notte di luna / e qui la Luna l’abbiamo vicina… Si sono aperte le osservazioni all’MPT, coadiuvate da un altro telescopio portatile montato nelle vicinanze. La fila che si snodava paziente davanti ai telescopi testimoniava più di mille discorsi della passione e della “voglia di cielo” che è sempre presente in tutti noi, e aspetta a volte solo l’occasione per essere riattivata. Anche qui, tante occasioni di incontro, tante domande sulla Luna e sul cosmo. Devo ringraziare la cordiale amicizia di Claudio, presente alla serata fino alla fine, la vicinanza cordiale di **Rita Seccareccia** e delle amiche ed amici di Frascati Poesia, associazione con la quale si è inaugurata, speriamo, una bella possibilità di connessione “sul territorio” di realtà che possono e devono parlarsi sempre di più. Ma anche il personale di Osservatorio – tra cui molte ragazze e ragazzi a tempo determinato – che hanno fatto le ore piccole assistendo ai telescopi, assistendo all’entrata e all’uscita. Devo ringraziare Ilaria, oltre che per avermi dato fiducia per questo evento, per la sua presenza in tutta la serata. Devo ringraziare certamente **Elisa Nichelli** (responsabile della divulgazione in Osservatorio nonché autrice della bella prefazione al libro) che ha subito creduto nel progetto e lo ha sostenuto attivamente, con il lavoro sul campo e la presenza. Questa è alla fine la cosa più bella: né il libro né questo evento sono opere di un singolo, ma è una comunità che – a vari livelli – si muove assecondando un “desiderio di meraviglia” che il cielo ancora e sempre, è capace di destare. Che investe sia la scienza che la poesia, che ogni altro frammento dell’avventura umana. Ed infine – ma forse per prima, come importanza – grazie alla Luna, che ancora una volta si è lasciata descrivere ed osservare: quella Luna che con il suo enigmatico sorriso, ha percorso con noi tutta la meravigliosa serata. _In copertina, una splendida foto della Luna realizzata da Marco Mastrofini (un collega dell’Osservatorio di Roma), che compare anche nel libro_ __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 16/06/2026
Per chi è in zona di Roma, un'occasione interessante per venire a "conoscere" il nostro satellite naturale, indagandolo da vari punti di vista, tra scienza e poesia. www.stardust.blog/2026/06/e-tu-luna…
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Un’occasione davvero particolare quella di sabato prossimo, per tornare ad occuparci della Luna, da tanti punti di vista. Dal punto di vista della scienza, indagandone la formazione e la natura. Dal punto di vista dell’astronautica, con l’epopea della “conquista lunare” della fine dei Sessanta, ma anche con le nuove missioni Artemis, che stanno pavimentando, finalmente, la strada per il tanto atteso “ritorno”. Ma anche dal punto di vista della poesia, con Claudio Damiani (poeta vincitore di numerosi premi) che leggerà alcune sue composizioni a tema. Lo spunto dell’incontro è dato dal recente libro “E tu Luna”, che ho realizzato lo scorso anno proprio con Claudio, che insegue appunto l’idea che per conoscere _davvero_ qualcosa di così _presente_ alle nostre vite come la Luna, ci si debba arrivare _obbligatoriamente_ da molti sentieri, pena il ridurre l’oggetto del conoscere ad un piatto stereotipo. Insomma, la Luna è scienza, certamente. Ma è anche – e non meno – poesia, letteratura, musica. Nei limiti del possibile, niente deve essere lasciato fuori. La Luna è tutto questo, e molto di più. Rispettare la pluralità di approcci è onorarne la meraviglia, rispettarne il mistero. Meteo permettendo, dopo la conferenza ci sposteremo all’esterno per osservare il nostro satellite con i telescopi messi a disposizione dall’Osservatorio. In sintesi, sarà dunque una spendida occasione per familiarizzare con il nostro unico satellite naturale, approcciandolo da una molteplicità di punti di vista: penso che soltanto così potremo “vivere” la Luna, considerandola appunto nel suo meraviglioso intreccio tra scienza e poesia, nel quale essa abitualmente dimora. L’evento è realizzato in collaborazione con Frascati Poesia. La serata sarà introdotta da Maria Fondi, dell’associazione. L’ingresso è libero ma con prenotazione obbligatoria. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento in corso… ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 01/06/2026
Esce oggi la nuova puntata del postcast "Tra le righe del cielo" con **Elisa Nichelli** ed il sottoscritto alla voce. Stavolta esploriamo insieme cosa accade nell’istante geometrico preciso in cui la luce, dopo essere cresciuta al massimo, inizia la sua silenziosa ritirata. Questa inversione di […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 22/05/2026
L’inizio delle storie Ognuno arriva al confronto con il cosmo attraverso un suo specifico percorso. Ogni poeta, letterato, saggista, musicista, prende contatto con il cielo per dei motivi concretissimi. Per lo più, squisitamente terrestri. Come per molti, il mio percorso inizia con i racconti […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 20/05/2026
Bel pomeriggio ieri al Liceo Tullio Levi Civita. Abbiamo percorso insieme le ultime acquisizioni dell'astronomia, capito perché possiamo parlare di "nuovo cielo", ci siamo poi affacciati su alcune nuove teorie che stupiscono più della fantascienza (perché il […] [Original post on poliversity.it]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 11/05/2026
Registrata oggi la terza puntata del podcast dell'Istituto Nazionale di Astrofisica “Tra le righe del cielo”, che uscirà il primo giugno. Sono contento, abbiamo anche superato alcuni problemi tecnici, non vedo l’ora che l’episodio venga montato per […] [Original post on poliversity.it]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 07/05/2026
Da Linux a Mac OS, poi a Windows e di nuovo (in parte) a Linux. Un appunto su anni di lavoro astrofisico con vari sistemi operativi... segnalerumore.tumblr.com/post/81595… #segnalerumore #tumblr
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A volte ritornano
I sistemi operativi, intendo. Era tanto che non utilizzavo Linux. Veramente molti, molti anni. Prima ero un appassionato, disposto anche ad affrontare disagi per installare programmi e per ottenere in...
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 05/05/2026
Partendo da un viaggio di ritorno da Tuscania, rifletto sulla crisi dell’album nell’era delle playlist e sulla differenza tra ascolto frammentato e immersione narrativa. Riascoltando "The Dark Side of the Moon" e "Amarok", emerge quanto un’opera completa richieda tempo, fiducia e fatica, ma […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 17/04/2026
Pensieri e sensazioni di un astrofisico come tanti, invitato a parlare del suo libro alla Conferenza Italiana degli Studenti di Fisica. Con accenni convinti alle "stelle in formazione" che grazie al cielo popolano questo mondo www.stardust.blog/2026/04/un-astrof…
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Ho accolto volentieri l’invito rivoltomi da **Chiara Fiumi** – che fu con me su Mediterranea, della quale poi fui correlatore di tesi – per tenere un _talk_ nell’ambito della Conferenza Italiana degli Studenti di Fisica, che quest’anno si tiene a Roma, all’Università degli Studi di Roma Tre (organizzata dal comitato locale di tale università). Era qualcosa di cui fino a pochi giorni fa non avevo esperienza diretta. Qualcosa, dunque, da cui poter apprendere. Ed è stata senz’altro una bella occasione per imparare. E anche per meravigliarsi, di nuovo. Che non è poi così scontato, arrivati ad una certa età. Lunedì 13 aprile. Arrivo verso l’una all’atrio del Rettorato e rapidamente trovo Chiara, che mi accoglie con calore, con l’affetto contagioso che la contraddistingue e che sa esprimere molto bene. Di lì a breve sarebbe arrivata anche **Elisa Nichelli** , collega ed amica, responsabile della divulgazione in osservatorio. Come poi mi spiegherà Chiara, il CISF è un evento rivolto a studenti, cittadini ed a chiunque voglia avvicinarsi alla scienza, organizzato dai volontari del comitato romano di AISF (sigla che sta per Associazione Italiana degli Studenti di Fisica). Sono ben cinque giorni per incontrare la scienza da vicino: conferenze, seminari e incontri dedicati alle frontiere della ricerca e – direi soprattutto – a come raccontarle. Notevole che da questa edizione tutte le sessioni plenarie, la tavola rotonda sulla comunicazione della scienza e l’intera giornata di apertura siano aperte gratuitamente al pubblico. Il comitato locale, mi racconta sempre Chiara, si è lanciato arditamente nell’impresa di organizzare un evento da 150 persone a Roma (con tutti i suoi costi ed i problemi logistici) e lo ha fatto con amore e passione e voglia di lanciarsi (e questo si vede, aggiungo io nella mia testa). Davvero straordinario il fatto che ci siano riusciti coinvolgendo come sponsor soltanto realtà etiche. Hanno trascorso, aggiunge, ben due anni ad intessere rapporti e inseguire ospiti e risolvere problemi, ma alla fine ce l’hanno fatta. Senza soldi, senza particolari competenze preliminari, ma con un grandi quantità di entusiasmo e voglia di fare. Solo così vanno avanti davvero le cose, le cose belle, penso sempre tra me. Intanto mi metto comodo, ascolto gli interventi prima del mio. Il clima è rilassato, la giornata è meteorologicamente incerta ma l’aria è frizzante di cose che sembrano di nuovo possibili, di strade aperte, di futuro in costruzione. Mi accorgo subito che si respira bene, così. Come è normale (siamo in università, _baby!_) ci sono studenti dappertutto. Ogni tanto è bello immergersi tra loro, respirare la loro aria, sentirsi sfiorare dalla loro progettualità aperta e fiduciosa. Contagiosa, anche questa. Perché qualcosa che ti coinvolge e – senza che te ne accorgi direttamente – ti riaccende, ti rimette in pista, ti ricarica. Prima di entrare in scena, ho anche tempo per assistere ad una demo di _Forging Stars_ , il gioco _stellare_ ideato da Chiara e Francisco (un economista che si è lasciato affascinare dalle stelle), che ti porta letteralmente _nel cuore dell’evoluzione_ di una stella di piccola massa: sei incaricato di “far evolvere” attraverso tutti i passaggi necessari ad arrivare finalmente alla fase di nana bianca. Per questo devi immergerti (nientemeno) nella nucleosintesi stellare, sporcandoti le mani per trasformare idrogeno in elio e poi procedere -attraverso tutte le fasi evolutive – verso il carbonio. E devi saper usare con astuzia anche carte come _aggiornamento software_ o quelle dei vari telescopi. Per chi conosce, un bel ripasso _vivo_ di astrofisica stellare, per chi non conosce ancora, una frizzante occasione per imparare – con una certa precisione – come funziona una stella come il nostro Sole. Ma ora, tocca a me. Ho accolto l’invito di Chiara a parlare del mio libro E tu Luna, è ora dunque di avvicinarsi al microfono e di raccontare. Dico della genesi del libro, del rapporto di amicizia con il poeta **Claudio Damiani** (che firma le quindici poesie contenute nel libro), chiedo all’uditorio se vogliono ascoltare un estratto sul primo allunaggio oppure sul grande scherzo lunare dell’Ottocento. A schiacciante maggioranza vince lo scherzo. Leggo qualche pagina, ma interrompo ogni tanto la lettura per fare delle considerazioni _all’impronta_ , orientate a mantenere vivo il rapporto con chi sta ascoltando. Ci siamo andati _davvero_ sulla Luna? Perché ci possiamo credere? Argomenti che poi saranno ripresi, casualmente, anche nella tavola rotonda del pomeriggio. Mi sembra poi sia andato bene, l’attenzione c’è stata anche senza diapositive o grandi schermi. Sono proprio contento. Sono contento quando vince la possibilità – anche spoglia – di _raccontare_ , perché le storie sono davvero potenti. Se uno riesce a catturare l’attenzione con le storie, fa appena il suo lavoro e le onora come meritano. Perché poi sono le storie che fanno tutto, chi le racconta è appena un tramite, uno strumento al loro servizio. E deve ricordarselo, sempre. Con Elisa Nichelli, autrice della prefazione al mio libro _E tu Luna_ , al CISF26 Arriva Elisa e parliamo, anche delle prospettive per la divulgazione in Osservatorio e per la divulgazione in generale entro INAF. Sono sempre più contento di far parte di questo mondo: non rimpiango ormai nulla del mio passato da ricercatore _vero e proprio_. E’ stato utile e necessario, è stato giusto, è stato anche bello (beh, non sempre, ma lo è stato). E’ stato importante, per me, anche per capire _cosa avrei voluto fare dopo_ , o meglio _cosa mi stava aspettando_ , aspettava la mia piena disponibilità, attendeva quel pizzico di coraggio per cui _fare il salto_ , quel mettersi ad ascoltare il cuore e non più, o non soltanto, _quello che si pensa gli altri si aspettino da me_. Si va al _coffee break_ in cui – a onor del vero – non vedo caffè ed invece mi imbatto in ottimissimi cornetti con cioccolata e panna e varie bevande. Uno scroscio improvviso di pioggia provoca un frettoloso radunarsi degli astanti nella parte coperta della terrazza. Dopo un po’ inizia la Cerimonia di Apertura e dopo di questa, la tavola rotonda “Comunicare la Scienza”. Alla tavola partecipano **Elena Pettinelli** , **Licia Troisi** , **Roberta Fulci** , **Luca Famooss Paolini** , la già menzionata **Elisa Nichelli** , **Adele Peluso** e **Youssef Makoudi**. Insomma ben sette persone, che si siedono attorno a Chiara Fiumi, che modera l’evento. Tutti – così mi è parso – con qualcosa di interessante da dire, con una specifica esperienza da condividere. Al CISF26, sta per iniziare la tavola rotonda… Prima ancora che cominci, mi permetto di assaporare il clima. L’aula dove siamo è ampia, pulita, luminosa. Mette un poco di allegria. Piena di ragazze e ragazzi che vanno, vengono, parlano, si accordano tra loro. Avverto come un flusso continuo di eventi e di progetti che riempie la stanza e attraversa anche me, mi coinvolge (grazie al cielo) senza chiedere il permesso, mi lascia addosso qualcosa. Qualcosa di buono, come una nuova voglia di fare, di raccontare, di donare qualcosa a questi ragazzi. Qualcosa che io posso dare, in forza della mia esperienza di vita e lavoro, mentre loro possono darmi tanto altro, possono infettarmi benignamente con il loro entusiasmo. Qui me ne accorgo bene. Il mondo della televisione e dei media – spesso anche dei _social_ , specialmente quelli commerciali – è per lo più un mondo _stanco_ , spesso fatto da gente di una certa età che (azzardo) non ha rapporto continuo con l’universo giovanile, con queste _stelle in formazione_ che sono studentesse e studenti. Un mondo che racconta le disgrazie e le tragedie, le guerre e le carestie, come se alla fine fosse l’unica cosa reale, come non esistesse altro. Come se alla fine, tutto quello che fai nel sociale è inutile o quasi, allora è meglio che rimani sul divano davanti ad uno schermo acceso. Lo dice benissimo Byung-Chul Han in _Contro la società dell’angoscia: speranza e rivoluzione_ (Giulio Einaudi Editore), un libro meraviglioso che ho appena finito di leggere (anzi di ascoltare, dalla versione audiolibro). > Vivere si trasforma in sopravvivere. L’affannata società della sopravvivenza è simile a un ammalato che con tutti i mezzi cerca di schivare una morte che si fa sempre piú vicina. Eppure solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in piú del sopravvivere. La speranza apre l’orizzonte della sensatezza che nuovamente anima e mette le ali alla vita. Essa ci dona futuro. Eppure, qui c’è ben altro che la mera sopravvivenza. C’è la freschezza e la speranza delle cose che nascono, che sono appena nate, che sognano di espandersi e sognano _futuro_ , quel futuro che nell’orizzonte chiuso e ricircolante dei media sembra il grande assente (nonostante tutte le vuote parole che asseriscono il contrario). Qui vedi accadere le cose e semplicemente, _sei lì mentre accadono_. Vedi ragazze e ragazzi che si spendono con lieta convinzione per pavimentare un futuro reale e farlo secondo le loro convinzioni. Non c’è solo più la disillusione per le rivoluzioni mancate: queste generazioni sono molto più consapevoli di vivere in un mondo complesso e liquido, ma non rinunciano a progettare, pianificare. Non rinunciano a sognare, molto concretamente. Questa è l’aria che si respira a CISF26 ed è un’aria proprio buona, proprio bella. In mezzo a tutto questo, nutrendosi di tutto questo, inizia la tavola rotonda. Chiara è veramente brava a veicolare il suo innegabile entusiasmo in un torrente scrosciante ma ordinato, che attraversa a turno tutti i partecipanti alla tavola e consente ad ognuno, con equilibrio, di esprimersi e di fornire la sua visione. Comunicare la scienza è qualcosa di molto bello, ragionare su questo è utile e necessario. Insieme si raggiungono consapevolezze nuove e più solide. Non mi sento solo, qui c’è tanta gente – anche molto più giovane di me – che ha nel cuore ciò che io stesso ho nel cuore, così che da questo punto di vista, diventiamo _giovani_ tutti allo stesso modo. Ponendo mano alla stessa _opera_ , ogni differenza si trasforma, infatti, da ostacolo ad arricchimento. La tavola si _srotola_ nell’arco di un paio d’ore abbondanti, i motivi di interesse sono tantissimi e ci sarebbe da ragionarne per ore. Si parla di master in comunicazione, di scienza e pandemia, di scienza e pregiudizi di genere, di clima e comunicazione, di podcast, di passioni ed interessi, di preconcetti e di come è necessario – con chiunque – parlare senza dogmatismi (che nella vera scienza non sono di casa). Mi pare davvero buono l’approccio scelto da Chiara, che all’inizio ha lasciato gli ospiti qualche minuto per parlare di sé, poi ha proposto di esprimere un punto di vista su alcuni temi generali, ed infine ha posto ad ogni partecipante una specifica domanda, basata sulla sua storia personale. Si capisce che c’è dietro un grande lavoro di pianificazione: la tavola rotonda è piacevole, mi accorgo, anche perché organizzata con attenta professionalità. E’ tardo pomeriggio quando mi avvio verso la stazione Garbatella della Metro B, per rientrare verso casa. E’ stata una giornata densa e piena di cose da ricordare. Ma soprattutto, di cose da portare – o riportare – nella propria attività di divulgatore, da riportare nella propria vita. E’ un profumo di _nascita_ che ho respirato, che mi è rimasto nei polmoni e nel circolo venoso ed arterioso, che interagisce piacevolmente con i miei muscoli, con i miei pensieri. Che porta la speranza. Come dice ancora Byung-Chul Han a conclusione del suo saggio > Il pensiero della speranza non si orienta grazie alla morte ma grazie alla nascita; non grazie all’«essere-nel-mondo» ma grazie al venire-al-mondo. La speranza spera al di là della morte. Non l’«anticipazione della morte», ma l’anticipazione della nascita è l’andatura del pensiero che spera. Venire-al-mondo, nascere è la formula fondamentale della speranza. Grazie al CISF26, ancora in corso mentre scrivo: anche averlo appena sfiorato, mi ha portato cose belle. Evviva gli studenti e la loro voglia di cambiare il mondo, di _farlo rinascere_ , con meno utopia di prima ma con più presenza. Evviva perché il cosmo, davanti a questo desiderio, si ammorbidisce e si lascia cambiare. Perché è quasi un desiderio sacro, è una sanissima voglia di _nuovi universi_ che lasciano indietro la mestizia di tanta cattiva televisione e cattiva comunicazione. Che ci rimettono in gioco, che ci fanno giocare le nostre competenze sapendo che possono essere utili. Che, in qualche modo, ci fanno nascere. Di nuovo. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 13/04/2026
In questi tempi in cui finalmente si torna alla Luna con il successo di #Artemis 2, è più che importante "ritornarci" da un punto di vista globale, in tutti i sensi: scientifico certo, ma anche poetico, musicale e visivo (dalla cinematografia ad alcune foto […] [Original post on poliversity.it]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 06/04/2026
Riflessioni personali sul ritorno all'esplorazione del nostro satellite. In ballo, la NASA, Claudio Damiani, Peter Gabriel... www.stardust.blog/2026/04/ritorno-a…
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Ero incerto se chiamare questo post _Attorno alla Luna_ per onorare il famoso libro di Jules Verne del 1870. Ma è veramente un _ritorno_ , bisogna chiamarlo con quello che è. Ed è davvero emozionante, dopo tanto tempo. Molti non hanno vissuto la _prima corsa_ alla Luna, forse non hanno il senso della lunga attesa per questo _ritorno_ (anche se ancora non è uno sbarco), come chi – ancora bambino – ha vissuto direttamente quella che potremmo chiamare _l’ultima grande impresa di esplorazione_ dell’era moderna. Ed ora Artemis 2 sta viaggiando verso la Luna, dopo mezzo secolo che non ci andavamo più, se non con sonde senza equipaggio. Dopo che avevamo lasciato perdere, interessandoci ad altro (spesso a cose più fatue della Luna, a beghe di cortile, tutte _terrestri_). La Terra, vista da Artemis 2. Da quanto non ci vedevamo così da lontano! (Crediti: NASA) Partita il primo di aprile, dopo tanti ritardi. Finalmente, partita. Per curiosità sono andato a riguardare quanto ho scritto nel libro E tu Luna (uscito a maggio dello scorso anno), con il vago timore di aver _toppato_ qualche previsione importante. Però, almeno per Artemis 2, quel che avevo indicato (consentitemi di gioirne sommessamente) si è dimostrato valido, regge ancora. Ecco qui, dalla pagina 81 del testo > Al momento in cui scrivo, il programma è giunto ad uno snodo cruciale con il lancio di Artemis 1, avvenuto con pieno successo a novembre del 2022. Artemis 2 sarà la prima missione con equipaggio: la partenza è prevista non prima dell’aprile del 2026, quando la navicella effettuerà un sorvolo lunare e poi rientrerà sulla Terra. A dirla tutta, quel _non prima dell’aprile 2026_ sembra quasi pessimista, alla luce di quanto è poi accaduto: perché già il primo giorno di aprile, Artemis 2 è effettivamente partita. Perfettamente nei tempi, stavolta. Quel che invece è saltato, rispetto alle previsioni nel mio libro (e in tanti altri, immagino), è il fatto che Artemis 3 avrebbe portato uomini di nuovo sulla Luna: niente, toccherà probabilmente ad Artemis 4 (o addirittura ad Artemis 5). Vabbé, in caso di nuova edizione, toccherà apportare qualche aggiornamento… Fortuna che le belle poesie di Claudio, ed anche molte altre parti (dalla formazione della Luna alla Luna nella musica e nel cinema) possono tranquillamente rimanere come sono. Comunque, in questo giorno di Pasquetta – che molti trascorrono nella bella natura di primavera di questo emisfero terrestre – è bello pensare che lassù nel cosmo, sopra le nostre teste, c’è un gruppetto di umani che ha rilanciato l’antica sfida, eroicamente portata avanti tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso, di andare _al di là_ del nostro mondo conosciuto (ed irrequieto), di cercare _oltre_. Leggere di come trascorrono le giornate ce li fa sentire vicini, si capisce che l’impresa è anche un poco nostra. E’ di tutti, come ogni vera acquisizione umana. Certo, qualche piccolo problema c’è stato, dal momento del lancio in poi, il che fa crescere – complice l’ennesimo spostamento in avanti del momento fatidico in cui atterreremo di nuovo sulla superficie lunare – ancora l’ammirazione per quei _folli_ che si sono avventurati in un viaggio sulla Luna nel lontano 1969, a bordo di Apollo 11. Capisco perfino chi dubita che ci siamo realmente andati, alla luce di quanto abbiamo atteso per tornarci e soprattutto per le difficoltà che ancora oggi sperimentiamo. Ma le prove esistono, incluse quei 382 chili di rocce lunari che sono da tempo disponibili allo studio dei ricercatori. Se poi, al di là delle prove (che se uno non si vuole convincere, comunque non lo convincono), si resta meravigliati che abbiano fatto _ben sei volte_ avanti ed indietro dalla Luna (da Apollo 11 ad Apollo 17, con l’eccezione di Apollo 13 che, come sappiamo, ha fortunosamente ritrovato la strada di casa dopo un’avaria nel viaggio di andata), in tempi così remoti e con tecnologia così “basilare”, rispetto a quella di oggi? Beh questo è pienamente legittimo. Ma al di là di tutto, questo è _il tempo della Luna_ , per me, per tante ragioni concomitanti, oltre ad Artemis 2. Certo, il libro innanzitutto. Ne ho scritto già, è qualcosa che per me è stata come un piccolo _allunaggio_ personale, ha significato vedere realizzata una _spedizione_ che per molti versi, dopo una brillante partenza, sembrava destinata all’archiviazione. Anche, la bellezza di un sodalizio con un grande poeta come Claudio Damiani, bellezza anche di una cordiale amicizia, che dura ormai da tempo. A portare la mia attenzione verso la Luna, c’è anche un certo Peter Gabriel che nuovamente, ripetendo l’esperimento di i/o, ad ogni luna piena, rende pubblico un brano del suo album in uscita, specularmente chiamato o/i. Anche di questo, ho scritto già, e per uno come me, che adora la musica di quest’uomo – da quanto dimorava nei _Genesis_ e anche dopo – è sicuramente un motivo in più per _stare attento_ al nostro satellite. Certo, per guardare la Luna. Ho ripreso vecchie abitudini, come quella – quando mi accorgo che è plenilunio – di pensare _ah, deve essere uscito un nuovo brano di Peter Gabriel. Devo andare a controllare!_. Uguale, quando vedo che… non la vedo propro (luna nuova), capisco che è uscito un altro _remix_ del brano uscito per la Luna piena (Peter, ha deciso così). In tal modo, sperimento un interessante cortocircuito tra amori diversi, tra il cielo e la musica, noto che si realizza un _wormhole_ tra passioni solo apparentemente differenti. Del resto, capisco che le passioni vogliono interagire, fare mucchio, non stanno contente nei compartimenti stagni in cui spesso vengono rinchiusi dalla nostra mente. E poi insomma, ogni persona troverà i suoi motivi, per lasciarsi coinvolgere dalla Luna. Perché ora più che mai, per mille motivi, chiede di essere presente nelle nostre vite. Di illuminare le nostre notti (più o meno buie) con la sua luce calda, accogliente. La Luna è per noi adulti quello che il lumino colorato era per i bimbi, un ausilio per stemperare la paura del buio, di ogni nostro buio, interiore o esteriore. Come scrive **Elisa Nichelli** (astrofisica, giornalista, divulgatrice scientifica nonché amica preziosa), nell’introduzione al libro E tu Luna, > Siate curiosi, apritevi alla meraviglia, scoprite o ritrovate il vostro dialogo con la Luna e lasciate che la Luna vi parli. Che sia attraverso la prospettiva scientifica o i versi di una poesia, credo che la Luna abbia sempre qualcosa da dirci, e senza ombra di dubbio posso testimoniare che è un’ottima ascoltatrice. Accogliamo il suo invito: lasciamo dunque che la Luna ci parli. Oppure ricominciamo noi, per primi, a parlare con lei, _ottima ascoltatrice_ , riannodando così un dialogo con il cosmo in cui lei è punto di riferimento privilegiato. Non si può davvero essere a casa nel cosmo se non si riallaccia, innanzitutto, il rapporto con lei. Con la Luna. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 02/04/2026
Come è nato il podcast "Tra le righe del cielo", la passione che c'è dietro, le connessioni che realizza e perché mi impegno in tutto questo. Un'analisi più emotiva che ragionata, particolarmente sincera. www.stardust.blog/2026/04/tra-le-ri…
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La prima puntata è uscita ieri, facendo seguito al _trailer_ e alla cosiddetta _puntata pilota_. Superando la ritrosia a riascoltarmi, proprio ieri ho deciso di mangiare facendo intanto scorrere questo episodio. E mi sono un po’ sorpreso, perché non mi è dispiaciuto (cioè, _io non mi sono troppo dispiaciuto_ , Elisa è bravissima ed ascoltarla è comunque un piacere). Ma al di là delle valutazione personali, è l’idea che mi gusta, mi gusta moltissimo. A proposito – lo dico subito – qui scelgo di scrivere assai liberamente sul tema, visto che una presentazione più classica (e certo più equilibrata della mia) l’ha redatta l’amica e collega **Ester Marini** per Media INAF: dunque rimando senz’altro a quella per le informazioni essenziali. Io stesso ne ho scritto, in modo più descrittivo e credo ordinato, sul numero di aprile di _Frascati Poesia magazine_ , che potete scaricare liberamente dal sito, in formato PDF. Se continuate la lettura qui sul mio blog, dove sono libero di scrivere come voglio e quanto voglio, sappiate che il rischio di sproloqui non è esattamente nullo. Quello che segue – l’avrete ben capito – non è dunque una presentazione ragionata del progetto, sono piuttosto moti del cuore di uno che vi partecipa attivamente. Esposti, peraltro, senza un ordine particolarmente meditato. Quindi inizio dicendo che sono super contento di questa collaborazione con **Elisa Nichelli** , anche lei amica e collega, con la quale condividiamo alcune importanti passioni. Una è senz’altro quella per la serie televisiva Friends, sulla quale anzi penso che lei mi superi (d’accordo, io ho visto tutte le dieci stagioni della serie, ma non ho ancora osato iniziare un secondo giro, sospetto lei sia molto più avanti). Sarebbe da fare un post su questo, anzi molti post: ma ora non è a tema. Perché l’altra passione che ci accomuna – su cui desidero soffermarmi adesso – è quella per il _cielo_ e per le _storie_. E per cercare il modo giusto, volta per volta, per farli reagire insieme. Io un po’ lo faccio con la mia rubrica Lo spazio tra le pagine su EduINAF, già da diversi mesi. Lei lo fa con le sue moltissime attività, anche perché coordina tutta la divulgazione nel nostro Osservatorio. Io penso che fosse destino che ci trovassimo insieme, davanti ad un paio di microfoni, a chiacchierare di tutto questo: di ciò che ci piace, che ci fa battere il cuore. Si può ascoltare mentre si pranza… Intrecciare l’astronomia alle storie – in questo caso specifico, ai _libri_ – è facile, basta che cominci e poi si aprono subito miriadi di percorsi ed in pratica non finisci più, sei tu che ti devi fermare, devi rimandare perché dici _non posso esplorare tutto, c’è troppo ancora da scoprire_. Sarà necessario qui ribadire la frase della Rukyeser, che _l’universo è fatto di storie e non di atomi_? Ma quanto aveva ragione? Io credo che più andiamo avanti nel percorso umano di consapevolezza, più la frase dovrà risultare vera. Muriel aveva capito tutto, perché i poeti spesso capiscono più e prima degli altri. Se vogliamo, tutto è nato da una mia idea che forse non era mia per niente, tanto si è modificata in corso d’opera. Tutto è nato da una mia idea di podcast ed Elisa (sorniona) che un bel giorno fa _vieni giù nel mio ufficio che ne parliamo?_ , così io penso che _è fatta, c’è da sistemare dei particolari ma insomma siamo lì, la mia idea è piaciuta e visto che ora abbiamo in osservatorio uno studio di registrazione, procediamo come ho pensato io e siamo a posto._ La mia idea, è presto detto, è di trasformare il mio libro sulla Luna (con prefazione, guarda un po’, di Elisa) in un podcast. Sì magari mettendoci degli extra, ma siamo lì. Forse una buona idea, ma (pensandoci ora) un po’ standard, per così dire. Ora dico qualcosa che probabilmente avrei potuto scoprire molto prima di arrivare a quest’età. Bisogna stare attenti quando le persone ti dicono _ne parliamo_ , perché il sì ed il no sono qualcosa di chiuso, di gestibile (accetti o rifiuti, ma non ci sono troppe sorprese) ed anche se il grande Lucio Battisti – complice un certo Mogol – esortava una imprecisata (ma certamente affascinante) ragazza a non dire no (e su questo sarei simpatetico con lui non solo perché era un genio, ma per fin troppo ovvi motivi), c’è da dire che il vero salto di qualità lo fai quando non c’è un sì oppure un no ma c’è quest’idea di confrontarsi, di parlarsi. Così io sono entrato, un bel giorno di non troppo tempo fa, nello studio di Elisa con la mia idea e ne sono uscito con una cosa totalmente nuova, che non era più la mia idea ma era un’idea comune, forse era un’idea sua (sospetto) che gentilmente aveva fatto passare per idea _nostra_ , ma non importa, alla fine non importa nulla. Quando lavori bene con qualcuno, intanto non ti sembra di lavorare e poi non ti importa di fare il bilancino di chi ha detto cosa. Nella mia esperienza lavorativa, che parte dal secolo scorso (millennio scorso, se vogliamo calcare la mano) ho sperimentato su di me che è quando il lavoro non mi piace che sto maniacalmente attento al fatto che mi vengano attribuiti i “dovuti” meriti. Quando mi piace – e grazie al cielo, ormai da un po’ sto facendo proprio il lavoro che mi piace, che è essenzialmente _raccontare il cielo_ – non mi frega un bel nulla di chi ha l’idea, mi frega che la cosa sia realizzata. Perché se ti innamori di un’idea quella diventa comunque tua, ci metti la tua carne ed il tuo sangue, non puoi innamorarti di qualcosa – o qualcuno – senza metterci in mezzo carne e sangue, è semplicemente impossibile (Lucio mi darebbe ragione, ne sono certo). Si può ascoltare, anche, sul letto o sul divano… L’idea poi è quella di far scontrare, reagire, fermentare insieme, cosmo e libri, detto in modo sintetico. Beh, esageratamente sintetico. In realtà è spiegata meglio di così (e non ci vuole poi molto, lo ammetto) nel trailer e soprattutto nella puntata pilota. Come si dice, li trovate su Spotify o YouTube o Apple Podcast: insomma un po’ dappertutto, tipo il prezzemolo. D’accordo, spendiamoci qualche parola di più. Perché il cielo serve da millenni per orientarsi, per tracciare delle rotte. Chi va per mare, lo sa bene. Ma anche i libri servono per orientarsi, nella vita. Per tracciare la propria rotta. E queste cose si possono incontrare, anzi _devono farlo_. Ma quando parlo di libri non intendo (solo) quelli divulgativi, parlo di libri di qualsiasi tipo, di saggi, di letteratura, di poesia. E di altro. E’ riduttivo limitarsi ad una categoria. C’è già chi parla di libri divulgativi e molti lo fanno benissimo, anche in podcast. Noi però vogliamo fare _altro_ , con questo progetto. Rivelare le connessioni tra le parole scritte sulle pagine e l’avventura della scoperta (e della conquista) del cielo. Ma dovrò evitare di espandermi ancora molto perché il contatore di _iA Writer_ mi avvisa che sono praticamente arrivato alle novecento parole, quindi vi sto già stancando abbastanza (lui non lo dice, ma lo capisco da me). Ci sarebbe tanto da dire, ancora. Di come tutto ciò sia possibile per la capacità di Elisa di utilizzare dei fondi e un locale praticamente inutilizzato, per creare un vero studio di registrazione. Di come un apripista importante – e un riferimento continuo – sia per noi il podcast _cugino_ di Ester Marini ed **Ettore Perozzi** , _Chi ha paura dell’astrologia?_ , un podcast divertente e coraggioso (piace a molti ma non a tutti, anche in INAF, ma _è un gran bene che sia così_ , se non incontrasse anche resistenze non sarebbe quel progetto coraggioso che è e di cui c’è grande bisogno). E loro sono proprio bravissimi. Dovrei parlare di quanto è stato divertente – grazie ad Elisa per questo, grazie ad Ester alla “regia” – registrare il trailer, la puntata pilota e la prima puntata, la quale è uscita proprio ieri. Elisa ed Ester sono intelligenti ed appassionate, hanno poi una grande capacità di _fare squadra_ , io ci sono giusto capitato in mezzo e non so che doti specifiche io abbia, oltre che essere appassionato (questo posso dirlo) al pari di loro, per la faccenda di raccontare il cielo e ibridare questo racconto con tutto quello che compete all’avventura umana su questo pianeta (ed oltre). Dovrei parlare di tanto altro e magari ne parlerò, ma intanto vi invito ad ascoltare _Tra le righe del cielo_ e magari pure commentare, sulle varie piattaforme o qui, o dove volete e potete. A giorni ci riuniremo per registrare la seconda puntata. L’avventura continua, noi ci divertiamo molto. Se vi divertirete un pelo anche voi ascoltandolo, se magari avrete anche l’occasione di riflettere su qualcosa, di imparare qualcosina di un libro o di una missione spaziale, se vi contageremo con la nostra meraviglia (o anche voi contagerete noi con la vostra), se accadrà insomma qualcosa di tutto questo o tutto questo insieme, io ne sarò felicissimo. Ho imparato, infatti, che avere una passione è bello, coltivarla è molto bello, ma collaborare con altri a realizzare qualcosa spinti da una passione comune è incomparabilmente più bello ed istruttivo. Questo progetto parte da una passione condivisa. Che non chiede altro che espandersi e agganciarsi alla stessa passione di approfondimento e scoperta, che vive certamente in molte altre persone, che lo sappiano o meno. Ho imparato, anche, che ho molto ancora da imparare, che ho una strada affascinante per farlo, e questo se da piccoli è quasi automatico, quando si diventa più grandi è un tesoro forse inestimabile. Perché – accenno solo ad un tema che meriterebbe ben altro approfondimento – la _risposta operativa_ ad un mondo commercializzato e meccanizzato, un modo che vive di consigli per gli acquisti, va cercata nel cuore, non soltanto nel cervello. Sempre il nostro Lucio, parlerebbe a questo punto di una vita viva, probabilmente. Che va cercata, appunto, prendendo sul serio il cuore e la passione che lo fa battere, quel cuore che sussurra (nonostante tutte le amarezze e le delusioni, le paure e le incomprensioni), anzi che assicura che _vale ancora la pena_. Che attraversiamo questa manciata di granelli di spaziotempo per _lasciare un segno_ , anche piccolissimo magari. Forse appena una minima, esilissima riga. Nel cielo. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 30/03/2026
Tra Voyager 1 e Gianni Rodari, per riflettere su come il cielo e la terra - e le meraviglie che portano con loro - siano davvero patrimonio comune. www.stardust.blog/2026/03/il-cielo-…
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Il mondo entrava nei Novanta, e la sonda _Voyager_ 1 si trovava ormai alla bellezza di quattro miliardi di chilometri dal nostro Sole. Era partita il 5 settembre del 1977 e piano piano aveva guadagnato questa rispettabile distanza, oltrepassando anche i pianeti esterni, quelli che erano stati il suo principale oggetto di investigazione. Missione estesa, oltre ogni previsione iniziale. “La Voyager tra le stelle”, elaborazione dell’Autore attraverso Copilot Designer di Microsoft Il giorno 14 febbraio dell’anno 1990, successe qualcosa di particolare. La sonda voltò la camera all’indietro, realizzando il primo ritratto di famiglia di un Sistema Solare, che per la prima volta si poteva abbracciare nella sua meravigliosa completezza… [Continua a leggere sul magazine EduINAF] __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 28/03/2026
Un'altra graditissima recensione al mio recente libro sulla Luna è quella di @ulaulaman, che coglie degli aspetti differenti da quella di Livia Giacomini, ma non per questo meno importanti. Grazie di cuore Gianluigi! […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 27/03/2026
Ringrazio Livia Giacomini, Direttrice Responsabile di @eduinaf per questa bellissima recensione del mio libro! edu.inaf.it/rubriche/libri/un-dialo… #etuluna
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Un dialogo tra scienza e poesia al chiar di Luna
Scopri "E tu, Luna": il libro di Castellani e Damiani che intreccia scienza e poesia in un dialogo profondo sul fascino eterno del nostro satellite. A noi umani però piace sognare. Guardare ed immaginare. È da qui che prende avvio _E tu, Luna_ , il libro di **Marco Castellani** con le poesie di **Claudio Damiani** : un dialogo a più voci che interroga il nostro rapporto con il satellite naturale del Sistema Solare a noi più familiare, ma allo stesso ancora pieno di fascino enigmatico. Un libro che parla di Luna, certo, ma anche del modo in cui la guardiamo, la raccontiamo e la usiamo per interrogarci su ciò che siamo. Il volume non propone una narrazione lineare, ma una conversazione aperta, che procede per rilanci, digressioni e ritorni. Da un lato c’è la voce narrante del racconto scientifico, forte, coinvolgente e chiaro: le ipotesi sulla formazione della Luna, l’epopea delle missioni Apollo, le strategie attuali di ritorno sulla sua superficie, fino alle prospettive – e alle criticità – di una possibile futura abitabilità. Dall’altro, la Luna emerge come oggetto culturale, simbolico e narrativo: presente nel cinema, nella musica, nella letteratura, nella fantascienza e nell’immaginario collettivo che da secoli la circonda. ## Come nasce Un libro che nasce dal dialogo di un astrofisico con un poeta – e già questo potrebbe bastare a renderlo un esperimento culturale particolarmente interessante. A rendere questo testo ancora più significativo è però la storia della sua scrittura, costruita nel tempo attraverso domande, suggerimenti, letture, scambi e confronti tra due intellettuali, quasi a interpretare in modo nuovo quello che accadeva nei romanzi epistolari dei secoli scorsi. Infine, il tema: uno degli oggetti più affascinanti del nostro cielo, lontano e vicino al tempo stesso, familiare e misterioso – la Luna. E tu, Luna prende forma come un dialogo continuo a più voci tra linguaggi diversi, fondato su una comune disponibilità all’ascolto e alla meraviglia, che si sviluppa attorno al tema straordinario del nostro satellite naturale. ## La scienza e non solo La scienza è raccontata con precisione e rigore, ma sempre ricordando il contesto umano in cui nasce: fatto di emozioni, intuizioni, tentativi, _fake news_ e strade che avrebbero potuto prendere direzioni diverse. Accanto ad essa trovano spazio l’emozione dell’avventura della scienza – quello che viene da voci come quella di **Carl Sagan** , per intenderci – ma anche i cantautori, la cultura popolare, la poesia. Ne emerge un’idea di cultura come conversazione aperta, non compartimentata, in cui linguaggi diversi si rispondono e si arricchiscono a vicenda. In questo intreccio, le poesie di Claudio Damiani svolgono un ruolo centrale. Sono versi semplici e immediati, capaci di restituire una Luna emotiva, talvolta quasi infantile nello sguardo, ma mai ingenua. La poesia non sostituisce la scienza, né la semplifica: entra in dialogo con essa, ricordandoci che il nostro rapporto con l’Universo non è fatto soltanto di dati, missioni e modelli, ma anche di immaginazione, stupore e domande che restano aperte. ## Non solo parole Anche il libro, come oggetto, contribuisce a questa esperienza. In un mondo sempre più digitale, _E tu, Luna_ è un libro di carta, da tenere in mano, in cui anche le immagini fanno parte dei diversi registri che raccontano la Luna. Immagini che fanno parte di un modo di fare divulgazione – e più in generale cultura – che oggi non è scontato. Lontano dal modello del manuale, il libro non cerca risposte semplici e definitive, ma invita a soffermarsi, a prendere tempo, a entrare in una conversazione che non si chiude. Forse non è un libro per tutti, ma è proprio questa scelta a renderlo un’esperienza significativa per chi accetta di farsi coinvolgere. Perché la crescita, scientifica e culturale, nasce spesso più dalle domande che dalle risposte. Domande che, a detta dell’autore, caratterizzano e distinguono l’essere umano. Nel racconto, **Poncho** – il cane di Marco – sembra infatti molto poco incline a interrogarsi sul senso dell’Universo, durante le loro passeggiate serali alla luce della Luna. Su questo unico punto, però, mi permetto di dissentire e voglio farlo parlando direttamente con l’autore. Perché – caro Marco -, guardando gli occhi profondi e misteriosi della mia gatta, mi piace pensare che anche altre specie, oltre agli esseri umani, a modo loro sognino e si interroghino con curiosità. E che, osservando la Luna, immaginino giochi e corse su quelle colline polverose, si stupiscano di una strana gravità che li farebbe balzellare in modo così poco elegante e si chiedano se lì, in quel luogo senza alberi, si possano trovare strani topini verdi da cacciare. D’altra parte, probabilmente non è un caso se la mia gatta sognatrice si chiama **Luna**. **Abbiamo parlato di:** _E tu Luna: Un astrofisico ed un poeta la raccontano._ Marco Castellani, Claudio Damiani Autoproduzione, 27 maggio 2025 227 pagine, brossurato – € 17.83 ISBN: 9798305769036 Distribuito da Amazon TagsAmazon astronomia autoproduzione Claudio Damiani Luna Marco Castellani poesia
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 26/03/2026
RE: edu.inaf.it/rubriche/lo-spazio-tra-… Tra Voyager 1 e Gianni Rodari, per riflettere su come il cielo e la terra - e le meraviglie che portano con loro - siano davvero patrimonio comune. Il mio articolo per #lospaziotralepagine su @eduinaf
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 25/03/2026
"Il progetto nasce dall’incontro tra Elisa Nichelli, astrofisica, divulgatrice, giornalista scientifica, psicologa e appassionata lettrice, e Marco Castellani, astronomo, divulgatore, autore e lettore instancabile. Due voci dell’Inaf di Roma, che condividono un approccio comune: quello di […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 19/03/2026
Considerazioni di un astronomo riguardo il nuovo MacBook economico di Apple, con un riguardo particolare alla possibilità di perdersi piccole cose andando alle conferenze... www.stardust.blog/2026/03/quel-neo-…
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Non vivo più nell’universo Apple da tempo ormai, ma trovo sempre molto intrigante gironzolare sul loro sito, di tanto in tanto. Non c’è niente da fare, c’è una pulizia grafica e un nitore che conforta e sicuramente invita a ponderare acquisti. Io magari non acquisto, ma amo ponderare la possibilità: la trovo una cosa terapeutica. “Ragazza con MacBook” elaborazione tramite Bing Image Creator Così quando su quelle pagine è arrivato il MacBook Neo ho sentito il cuore battere più forte (il mio cuore che in parte è rimasto assai fedele alle mele morsicate in tutte le loro declinazioni). Mi sono detto _ma guarda finalmente un MacBook ad un prezzo assolutamente accessibile. Un 13 pollici! Ma io quasi quasi me lo compro._ L’altra parte di me, più noiosamente razionale, ha replicato subito _ma come, hai fatto tanto per costruirti un ambiente di lavoro (e svago) omogeneo (Windows + Android) e ora ci ricaschi? Ci rimettiamo in ambiente misto con il risultato che per fare una cosa devi imparare sempre due modi diversi? Sei sicuro?_ Ho provato anche a metterla a tacere: _ci pensiamo dopo, vedi come è comodo, piccolino, economico, eccetera? Poi dai, un Mac è sempre un Mac… affidabile, non puoi negarlo…_ Ci stavo quasi cadendo. E non è detto che non ci cada ancora, eh. Poi mi sono messo a guardarlo meglio, e a riflettere. E conoscendo i miei polli (dopotutto sono stato in Apple abbastanza), sono andato subito a vedere cosa offre in quello che per me è uno dei lati deboli di Apple: le porte disponibili. Beh tutto quello che trovo sono due porte USB-C _dallo stesso lato_ (vedremo perché, ma questo mi indispone) e un jack cuffia (bene) dal lato opposto. Nessuna porta USB classica. Nessuna porta HDMI. Per tutto ciò devi ricorrere ad accessori aggiuntivi (costosi, quelli di Apple). Vuol dire che se uno ti passa una chiavetta USB con la sua presentazione, 90% non la puoi collegare. Se arrivi in sala conferenze con il tuo splendido Neo e hai smarrito il convertitore da USB ad HDMI (costoso e perdibile, perché piccolo) non puoi presentare nulla di nulla (oltre te stesso). Sono d’accordo che risparmi spazio, privilegi standard moderni come USB-C, eccetera. Però è una scomodità, oggettivamente. Il Galaxy Book 5 (siamo d’accordo, costa di più, questo ve lo concedo) è invece equipaggiato con: * 1 HDMI * 2 USB Type-C * 2 USB3.2 * MicroSD Multi-media Card Reader * 1 Headphone out/Mic-in Combo * 1 RJ45 (LAN) Vuol dire che se ti serve arrivi in sala e colleghi subito l’HDMI. Vuol dire che non ti devi comprare e portare appresso accessorietti per simulare porte che tu non hai. E se non te li porti appresso, nemmeno puoi perderli. E poi, come già si accennava, la faccenda delle due porte USB, _dalla stessa parte_. E’ bellissimo che il computer si ricarichi attraverso le USB-C e che entrambe le porte sia atte alla ricarica. Ma Apple, me le vuoi mettere _una per parte?_ In modo che attacco il cavo dove mi è più comodo? Così faccio con il Chromebook Asus Flip XC1 (e non è certo un computer _costoso_) e lo trovo davvero comodissimo. Questa delle porte da un lato solo mi ricorda la scelta infelice dei primi iPad che presentavano i due speaker entrambi _sullo stesso lato corto_. E dillo che non ti interessa l’ascolto stereo allora, no? O almeno non quello fruibile senza collegare l’apparecchio a delle casse. Poi c’è la tastiera, sicuramente ottima, ma non retroilluminata. E proprio usando il Flip XC1 (pure lui, senza luce sotto i tasti) mi sono accorto invece di quanto sia importante; non puoi appoggiarti sul letto o sul divano in una stanza semibuia, di sera (o di notte), per scrivere le tue cose. Cioè, puoi certamente farlo, ma il punto è che non vedi i tasti. Allora ti tocca ricorrere a qualche luce che piova sulla tastiera, ti devi disporre in qualche modo, che un po’ riduce la comodità di avere un computer piccolo che puoi virtualmente usare dappertutto. L’altra cosa che mi sottrae l’energia necessaria per spingere il tasto _Acquista_ sul sito Apple, viene proprio dalla medesima pagina che pubblicizza il Neo. Perché, tu scorri ben bene e ti innamori di tutto e tutto ti sembra splendido, fino a quando arrivi a legger _“Mac + iPhone, nati per stare insieme”_. Così ti ricordi che il Mac, il tuo Android, non lo considera proprio per niente. Non esiste, per lui. Nessuna possibile integrazione, niente messaggi sul computer, nessuna telefonate dal Mac, niente di niente. Ritornano mondi separati, telefono e computer, a meno che non passi a iPhone.E no, non vedo perché dovrei spendere altre centinaia di Euro per un iPhone, quando per quel che mi serve, mi trovo bene con il mio Samsung A34 e credo proprio che quando lo cambierò, mi sposterò semplicemente su un Samsung più recente. Del resto, interrogando CoPilot su questi temi, dopo aver analizzato le caratteristiche del Neo e di potenziali alternative Samsung (come da me richiesto) conclude lapidariamente > Il MacBook Neo è pensato per chi vuole un portatile essenziale, con poche porte e forte integrazione Apple. Se per te le porte sono un punto importante, i Galaxy Book sono nettamente più completi, soprattutto Pro e Ultra. Quindi il Neo è fighissimo, colorato, portatile, ad un prezzo incredibile considerato che è Apple. Sarà ottimo per tantissimi, certo. Ma io, non credo che lo comprerò. A meno che non cambi idea. Nell’universo tutto muta continuamente, e le caratteristiche positive (di cui non si è parlato, perché questa non è una vera recensione) potrebbero ad un certo punto risultarmi convincenti e fare breccia nelle resistenze dell’io razionale. Niente è statico. I _nei_ possono essere segni di bellezza. L’essenziale è non bloccare sé stessi dietro sistemi di pensiero e valutazione inossidabili, dunque irreali. Un futuro post potrebbe parlare di quanto sono contento nell’essere rientrato nel mondo Apple (come antichi post parlano di quanto fossi soddisfatto del mondo Linux). Il futuro, insomma, è aperto. E probabilmente, anche il passato. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 08/02/2026
In viaggio verso Bari per raccontare Einstein e l'universo a ragazze e ragazzi di liceo. Vale la pena? Chiede una parte di ne. Tutto il viaggio, la distanza da casa, eccetera. Vale sempre la pena, risponde l'altra. Tu sei fatto per quello, se non lo fai […] [Original post on poliversity.it]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 29/01/2026
Esce oggi per la rubrica "Lo spazio tra le pagine" su @eduinaf la mia passeggiata tra i versi di **# silviacaratti** ("Instabilità dei microsatelliti", **Guanda Editore**) cercando tracce di cielo e di stelle. Ne ho trovate molte. E belle […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 29/01/2026
La vita di una piccola luna non è sempre rose e fiori, e anche le prospettive sul futuro spesso sono (apparentemente) sconfortanti. Fobos però segue il suo destino senza lamentarsi, sapendo che tutto cambia. E che comunque il suo "abbraccio a Marte" potrà solo rendersi più forte, senza mai venir […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 26/01/2026
Sul come, alle volte, si debba andare lontano, per poter tornare finalmente a casa. Ce lo dicono gli astronauti di Apollo 13, che lontano ci sono andati davvero... www.stardust.blog/2026/01/la-lunga-…
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L’obiettivo non era più la Luna, no. Magari! L’obiettivo era diventato, improvvisamente, tornare a casa sani e salvi. Dopo l’esplosione del serbatoio durante il viaggio di andata, tutti i piani erano ovviamente saltati. L’unico modo per tornare a Terra, paradossalmente, era quello di spingersi lontano, più lontano di quanto nessun uomo fosse mai andato. Era l’aprile del 1970 e mentre arrivava l’annuncio ufficiale dello scioglimento dei Beatles, l’equipaggio di Apollo 13 – con l’aiuto del centro di controllo – non cercava più di andare sulla Luna. Semplicemente, cercava un modo per non morire. Ed eccolo, l’unico modo. Circumnavigare la Luna, passando per il suo “lato oscuro” e poi riagganciare la rotta verso casa. Per alcuni minuti, la connessione con il _Mission Control NASA_ si interruppe, mentre gli astronauti ammiravano – certo non nelle migliori condizioni psicologiche per contemplarlo, ma con ammirevole sangue freddo – quei meravigliosi panorami della Luna _nascosta_ , totalmente inaccessibili dalla superficie del nostro pianeta. Questi suggestivi scenari sono accessibili anche a noi, perché – grazie alle immagini acquisite dal Lunar Reconnaissance Orbiter – è stato ricostruito (per giunta, in qualità 4K) quanto gli astronauti poterono osservare dai finestrini dell’Apollo. Per inciso, non è una ricostruzione di oggi, ma ha già qualche anno. Io però mi ci sono imbattuto solo ieri e mi ha troppo colpito per evitare di scriverne qui. Ci sarebbe voluta Artemis I per portare un equipaggio umano ancora più lontano da Terra, superando i quattrocentomila chilometri di distanza (pari a circa dieci volte la circonferenza terrestre). Vedendo questo stupendo video, non posso fare a meno di avvertire un grande rispetto e anche una notevole ammirazione, per questi uomini che hanno affrontato un pericolo molto forte con lucidità e determinazione. Riportarli sani e salvi a casa è stato un lavoro incredibile, svolto in stretta coordinazione tra terra e cielo, tra il controllo missione e una piccola navicella, rifugio temporaneo di tre persone, che rischiava di perdersi per sempre nello spazio. E di nuovo, imparo qualcosa. Che la strada verso casa, verso la sicurezza e la salvezza, può ben essere lunga ed articolata, può passare per territori inesplorati dove ci sentiamo soli, fuori da ogni _zona di sicurezza_ che nel tempo ci siamo costruiti. Ma mi dico – e cerco di dirmelo ancora una volta, nella speranza di convincermi, pensando anche agli astronauti di Apollo 13 – ci sono momenti in cui tutto questo, è semplicemente indispensabile. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 08/01/2026
La nuova canzone di Peter Gabriel, legata alle fasi lunari, mi riporta a intrecciare musica, arte e cielo: un piccolo rito cosmico che riaccende connessioni interiori che scaldano il cuore e mi riporta alle domande "di base" sul mistero sempre inevaso, della creatività umana […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 03/01/2026
Assai fresca di "stampa", la newsletter #stardustmemories stardustmemories.substack.com/p/las…
stardustmemories.substack.com
L'astronomia nel 2025
Cosa abbiamo imparato del cielo, nel corso dell'ultimo giro intorno al Sole...
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 31/12/2025
Una rassegna personale e politicamente scorretta, di quanto abbiamo scoperto del cosmo nell'anno che si sta chiudendo oggi... www.stardust.blog/2025/12/lastronom…
stardust.blog
Lo ripeto spesso in questo blog, o quando mi capita di parlare in pubblico. Lo ripeto perché fa bene ricordarselo, per non perdere la meraviglia: viviamo in tempi interessanti per l’astronomia, molto più interessanti di qualsiasi altra epoca. Dobbiamo esserne contenti: solo a starci attenti, ogni giorno _accade qualcosa_. Ogni giorno arriva una nuova scoperta, non c’è ormai più niente di statico. Mai il cielo delle _stelle fisse_ è stato più mutevole e cangiante rispetto a quello di oggi. Possiamo capirlo anche passando rapidamente in rassegna le acquisizioni principali dell’anno che si sta concludendo, per esempio. Operazione non troppo originale, lo concedo1, epperò ugualmente significativa, come spero concorderete leggendo. Ogni persona infatti fa i suoi bilanci di fine anno (d’accordo, a volte meglio evitarli…), ogni persona ha un punto di osservazione differente anche sul mondo. E nessun bilancio è uguale, nessun bilancio è mai _definitivo_. ## Sistema solare e oggetti vicini Prima cosa, il conteggio dei _Near Earth Asteroids (NEO)_ , gli asteroidi vicini alla Terra, ha superato la soglia dei 40.000. Un banzo in avanti niente male, rispetto ai 30.000 del 2022. Ne sappiamo molto più di prima, insomma, di tutti i sassi che ci girano intorno e monitoriamo sempre più attivamente quelli potenzialmente “pericolosi”. In Italia in particolare esiste da un po’ di tempo il progetto Sorvegliati Spaziali dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, al quale sono onorato di collaborare, che – tramite il sito stesso e le sue presenze nei _social_ – fornisce una eccellente opera di divulgazione in questo settore (a proposito, è appena stato inaugurato un comodo servizio di newsletter, potete iscrivervi andando sul sito). Venendo ai singoli oggetti, alquanto interessante la natura dell’asteroide 2025PN7, scoperto in agosto, che ha assunto una orbita “quasi satellitare” rispetto al nostro pianeta. Interessante non tanto per la scoperta, direi: in realtà la Terra ha già diversi “quasi satelliti” noti, ovvero (per essere pedanti) 164207 Cardea, 469219 Kamo‘oalewa, (277810) 2006 FV35, 2013 LX28, 2014 OL339 e 2023 FW13. L’interesse per me deriva dal fatto che l’astrofisico **Avi Loeb** ha ipotizzato per questo asteroide un’origine tutt’altro che _cosmica_. Tale supposto asteroide sarebbe infatti, secondo i calcoli di Loeb, niente altro che la sonda sovietica Zond 1, che fu inviata nel lontano 1964 a studiare Venere, ma poi scomparve inghiottita nello spazio, mancando l’obiettivo – secondo gli esperti – di circa centomila chilometri (d’accordo, non si può riuscire in tutto, poi erano gli anni Sessanta, ricordiamocelo: tanta buona musica, ma l’avventura spaziale era ancora acerba). Sull’ipotesi specifica non commento, perché non avrei nemmeno gli strumenti per verificare i calcoli di Loeb. E poi nessuna idea (ok, quasi nessuna: escluderei _terre piatte_ e robe simili) deve essere scartata a priori, senza prendersi il tempo e la fatica della necessaria verifica. Però ricorda molto – anche ad un quasi analfabeta di fantascienza come me – la faccenda della V’ger, con la gradita differenza che 2025PN7 non ha (mi pare di capire) l’obiettivo dichiarato di distruggere il nostro pianeta. ## Missioni spaziali e telescopi volanti Anche in questo campo si registrano diversi aggiornamenti interessanti. Intanto, **SPHEREx** ,lanciato da SpaceX il 11 marzo 2025, ha trasmesso le prime immagini a fine marzo. Questo telescopio a infrarossi sta creando la prima mappa spettroscopica completa del cielo in un centinaio di bande (poco più, poco meno, a seconda di dove cercate l’informazione), scansionando oltre 450 milioni di galassie e 100 milioni di stelle (e scusate se è poco) . Il **Rubin Observatory** (ex LSST) ha iniziato l’operatività scientifica nel corso dell’anno. Con la sua gigantesca camera digitale, raccoglie immagini dell’intero cielo australe ogni pochi giorni, aprendo nuove incredibili possibilità alla _time‑domain astronomy_ (l’astronomia delle cose che cambiano rapidamente, in pratica) e alla scoperta – appunto – di transienti e asteroidi. A febbraio, il **telescopio Euclid** ha catturato l’immagine di un fantastico anello di Einstein intorno alla galassia NGC 6505, immagine che potete ammirare qui sotto. Il telescopio, orbitante ad un milione e mezzo di chilometri sopra le nostre teste, ha già individuato milioni di galassie e sta preparando un catalogo di oltre 26 milioni di oggetti. L’anello di Einstein scoperto da Euclid. Crediti: ESA/NASA Il **James Webb Space Telescope** , dal canto suo, ha continuato a fornire scoperte pionieristiche e imbarazzanti: individuazione di galassie mature nell’universo primordiale (cosa che dà diversi grattacapiai teorici della formazione galattica), caratterizzazione atmosferica di esopianeti esotici (inclusoil curioso PSR J2322‑2650 b di cui parlo qui sotto), osservazioni di buchi neri supermassicci ai primi tempi cosmici e supernove remote. Il 2025 segnala, inoltre, almeno un pensionamento “illustre”. A marzo infatti la sonda Gaia è stata completamente disattivata, dopo circa dodici anni di onorato servizio. Gaia ha realizzato un catalogo – che comprende posizione, velocità, colori – di quasi due miliardi di stelle della nostra Via Lattea (insieme a quasar, altre galassie ed oggetti del Sistema Solare) che veramente non ha precedenti, la cui edizione definitiva non è ancora stata rilasciata (sarà la quinta versione, ora stiamo aspettando la quarta) e darà materia di indagine per gli astronomi, verosimilmente, per alcuni decenni. Per la nostra conoscenza della formazione ed evoluzione della Via Lattea, la sonda è veramente uno spartiacque. Del mio personale coinvolgimento con Gaia – iniziato ancor prima che partisse – ho scritto in questa sede, qualche tempo fa. ## Esopianeti e robe simili Consideriamo pure che agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, gli esopianeti conosciuti erano ancora _zero_. Il primo infatti risale al 1995. Oggi ne listiamo _migliaia_. Mentre scrivo, il catalogo dice 6199 (filtrando quelli scoperti nel 2025, siamo a ben 278). Qualche caso particolarmente esotico, qui di seguito. * **PSR J2322‑2650 b** , exoplaneta in orbita attorno ad una pulsar con periodo rotazionale di qualche millisecondo, è un gigante gassoso (la cui massa è simile a Giove) con un’atmosfera composta da elio e carbonio, priva di ossigeno e azoto. Allungato come un limone a causa delle forze di marea, la sua peculiare atmosfera potrebbe produrre piogge di diamante: evocative a pensarci, probabilmente non molto gradevoli a subirle… * **Esopianeti binari** stile Tatooine: nel 2025 sono stati confermati sistemi circumbinari sorprendenti come 2M1510(AB)b (pianeta che orbita intorno a due nane brune) e tre di tipo terrestre, intorno al sistema binarioTOI‑2267. * **K2‑18b** , precedentemente al centro di discussioni sui possibili segni di presenza di vita (i famosi _biomarcatori_), ci ha fornito nuovi dati atmosferici grazie al James Webb, ma le interpretazioni rimangono ancora controverse. ## Comete interstellari e cose nuove **3I/ATLAS** , la cometa interstellare di passaggio dentro Sistema Solare, è stata osservata e persino fotografata dai rover a spasso su Marte, aggiungendo un terzo prezioso oggetto dopo **‘Oumuamua** e **Borisov**. Il già citato Lueb non ha mancato di indicare la possibile origine artificiale di tale oggetto, stavolta attribuendolo ad una civiltà estraterrestre (se mi posso permettere, era più divertente l’idea di un oggetto lanciato dalla Terra che tornava al mittente, con o senza cattive intenzioni). Tra le _cose nuove_ sicuramente è da citare la scoperta di Quipu, una delle più grandi strutture cosmiche mai osservate fino ad oggi, con una estensione stimata di circa 1,37 miliardi di anni luce (tredicimila volte il diametro della Via Lattea, per intenderci). Che l’universo mostri una organizzazione complessa sia a piccole che a grandi scale è essa stessa una sorpresa, e sorprendentemente le cose più grandi a volte – proprio per la loro smisurata estensione – sono le più difficili da scoprire. ## Energia oscura, cosa farà da grande Dati spettroscopici su milioni di galassie, ottenuti con il programma Desi, suggeriscono che l’energia oscura potrebbe non essere una costante cosmologica, ma qualcosa (ancora, non si sa cosa) variabile nel tempo. Questo ovviamente cambia profondamente le carte in tavola quando si va a ragionare sul destino ultimo dell’universo (e non potrebbe essere che così, visto che l’energia oscura è circa i ¾ di tutto ciò che esiste, secondo le teorie). Anzi, scombina proprio il mazzo. Nota personale, rimango ancora più ammirato del mio piccolo e prezioso _Oxford Dictionary of Cosmology_ edito nel lontano 2009, quando sotto la voce _future of the universe_ , dopo aver citato – tanto per mettere le mani avanti – il grande fisico **Neils Bohr** (“le previsioni sono sempre difficili, specialmente per il futuro”) saggiamente avvisava che (trraduzione mia) > Fino a quando le proprietà dell’energia oscura non saranno definitivamente chiarite, sono possibili solamente congetture. Fino ad allora, l’evoluzione ancora sconosciuta dell’energia oscura ha la possibilità di far saltare ogni nostra previsione sul futuro dell’universo. ## Onde gravitazionali Al marzo 2025, la rete LIGO‑Virgo‑KAGRA ha annunciato almeno 200 rilevazioni di candidati durante la serie di osservazioni denominata “O4”, arricchendo notevolmente il catalogo di fusioni rilevate tra buchi neri e stelle di neutroni. Se ricordiamo che le onde gravitazionali, che Einstein pensava non si sarebbero mai potute rilevare (e lo capisco, vista l’esiguità del segnale che arriva a Terra), sono state rilevate la prima volta appena una decina di anni fa, possiamo solo meravigliarci di come questa nuova _finestra osservativa_ ci abbia spalancato veramente un _altro_ modo di leggere il cosmo, captando segnali da accadimenti violenti e lontanissimi. ## Tutto il resto Quel che rimane fuori da questo breve resoconto (anche se come post è _lunghetto_ , complimenti se siete ancora qui) è _tantissimo_. Soprattutto è la passione di tante ricercatrici e ricercatori, di ogni età, di ogni classe sociale, nazionalità, credo religioso, che ogni giorno (ogni notte, per chi osserva in banda ottica) si mettono al lavoro per aggiungere tassellini nuovi al grande arazzo cosmico in costruzione, che pare piuttosto un frattale, nel senso che più si approfondisce più vengono fuori nuovi particolari, con un rilancio di complessità che io penso non avrà mai fine e ci terrà _fino in fondo_ impegnati in questa bell’avventura di conoscere il cielo. E nella altrettanto bella – per alcuni, perfino _di più_ – avventura di _raccotarlo_ , che può diventare quasi una missione di vita. Lo scrivo, lo ammetto, pensando ora anche a me stesso. Ma non certo per un protagonismo. Ve ne sono tantissime di persone che fanno questo, in molti modi molto più brave di me: alcune ho il privilegio di conoscerle, di imparare da loro. Poi non conta più la bravura, non conta solo quella. Conta il _dire di sì_ a qualcosa che può presentarsi come una vera vocazione. _Il cosmo è fatto di storie non di atomi_ diceva la poetessa **Muriel Rukeyser** (e solo per questo io le darei una laurea in astronomia anche _post mortem_ , perché aveva realmente capito la stoffa dell’universo, ancor prima di **Carlo Rovelli** e del suo accento sulla _relazione_ come ente fondamentale), e le storie non hanno senso se non sono _raccontate_. La frase è il motto del Gruppo Storie dell’Istituto Nazionale si Astrofisica: proprio uno di quegli ambienti dove-anche quest’anno – ho la fortunata possibilità di imparare molto. Anche dimorando nella redazione diEdu INAF (e scrivendo la mia rubrica) imparo e cresco. Che è sempre bello, ma alla mia età, è veramente una cosa meravigliosa. ## Da leggere Di libri usciti nel 2025 che meritano di essere letti ve ne sono _a pacchi_. Date un’occhiata per esempio alle prime righe della pagina recensioni di Media INAF. Qui mi permetto di proporne solo un paio, che sono capitati sotto i miei occhi. Il primo è _Il lato curvo dell’universo_ (Bompiani), di **Kip Thorne** e **Lia Halloran** , che ho recensito proprio per Media INAF. Nella recensione trovate i motivi per cui – dopo un iniziale momento di diffidenza – mi sono realmente entusiasmato, nella lettura. Chiudendo il testo capirete che si può fare poesia con le onde gravitazionali e gli strumenti per misurarle (e che la vista può godere di una immersione in stupente tevole colorate). L’altro lo sto leggendo in questi giorni ma già ve lo voglio consigliare. E’ quello del già citato **Carlo Rovelli** , _Sull’eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane_ (Adelphi). Rovelli ha il pregio – purtroppo raro su questo pianeta, in questa epoca – di non essere _politicamente corretto_ e dice sempre ad alta voce quello che pensa, soprattutto riparte dal mondo fisico per sviluppare considerazioni filosofiche di ampia portata . Sulle quali si può ovviamente dissentire, ma che mettono in moto il ragionamento e soprattutto mostrano come la fisica moderna sia una vera _scuola di pensiero_ , che sfida costantemente le nostre certezze più sedimentate. Consueto per Rovelli – ma sempre spiazzante per chi legge – muoversi su due binari, spazzando via tonnellate di considerazioni editoriali di _bassa orbita_ sul “livello” a cui deve adeguarsi il testo: l’esposizione infatti è molto scorrevole e praticamente depurata da equazioni matematiche, tuttavia le estese note a piè di pagina possono anche essere molto tecniche, oltreché arricchite da riferimenti a diversi articoli specialistici. Insomma due testi _particolari_ , che escono coraggiosamente dalle convenzioni ormai stantìe di come un libro divulgativo “debba” essere prodotto. E per questo, credo, _vincono_. Poi, se volete, c’è sempre E tu Luna (Amazon), scritto da me in collaborazione con il poeta Claudio Damiani. Testo che non posso tecnicamente “consigliare” per ovvi motivi di conflitto di interesse, ma credo mi sia comunque lecito il rimandarvi al racconto della sua realizzazione. Un testo – oso dire – anche questo _particolare_ , per conoscere il nostro unico satellite naturale, con informazioni scientifiche accessibili ed aggiornate e con un’apertura alla poesia, alla musica, al cinema. Con una magnifica prefazione di **Elisa Nichelli** (questo posso dirlo, perché non parlo di me), e con alcune speciali elaborazioni fotografiche, realizzate da valenti ricercatori dell’Osservatorio Astronomico di Roma. ## Continua… La storia continua nel 2026 e ovviamente oltre, ma non in modo automatico. Dipende da noi. Le storie vanno raccontate ma vanno innanzitutto _ascoltate_ , altrimenti il racconto è inutile. L’ascolto è _preventivo_ perché un cielo stellato, guardato ad occhio nudo, racconta già tantissimo, senza bisogno di nessun astronomo (men che mai, erudito). E connette il nostro cuore al cosmo, che è tra le cose più belle che possono avvenire (proprio per questo, va difeso). Ed è anche la ragione per cui si studia e si racconta, questo incredibile universo. Se non perdiamo la curiosità, vedremo (ancora) meraviglie. Auguri! * * * 1. in rete vi sono moltissimi articoli che trattano dell’astronomia nel 2025, in più chiedendo all’Intelligenza Artificiale (come io stesso ho fatto, come pure per realizzare l’immagine di copertina, del resto) si ottiene un resoconto piuttosto interessante, anche se un po’ schematico e certo più asettico di questo in cui vi siete appena imbattuti. Qui, prendo spunto da varie fonti ma compilo una lista alquanto personale e sicuramente non troppo equilibrata, facendomi guidare dai miei interessi, da cià che più mi coinvolge e mi emoziona.↩︎ __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 21/12/2025
In un racconto dell'amico e collega Gianluca Li Causi, la scoperta della bizzarra natura di una cometa... tutt'altro che "classica" ! www.stardust.blog/2025/12/la-cometa…
stardust.blog
Ho letto questo racconto, dell’amico e collega **Gianluca Li Causi** (astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, nonché autore di alcune elaborazioni fotografiche presenti nel libro E tu Luna), con molto piacere. L’idea su cui è costruito è semplice ma intrigante. Personalmente vi ho trovato echi delle teorie di Federico Faggin (che ho avuto anche il privilegio di conoscere di persona) oltre a estrapolazioni della fisica quantistica capaci di far riflettere ben oltre l’arco narrativo del racconto stesso. Proprio nel far riflettere su alcune peculiarità della fisica (e in particolare quelle del mondo elusivo delle particelle, retto da leggi assai diverse da quelle che, a scale ben più grandi, sembrano determinare l’esperienza comune), si trova, a mio avviso, la vera ragion d’essere di questo breve racconto. Un altro indubbio pregio è restituire qualcosa dell’atmosfera di un vero ambiente di ricerca (chi li frequenta non farà fatica ad accorgersene, nella lettura). Lo stesso Gianluca ce lo conferma. > In questo racconto breve ho voluto immaginare come sarebbe osservare la cometa interstellare con lo strumento SHARK-VIS (costruito nei nostri laboratori all’Osservatorio di Roma e installato al telescopio LBT in Arizona) descrivendo la vera atmosfera che si respira durante le nostre osservazioni; nel racconto la guardiamo e (qui interviene la parte di finzione narrativa) scopriamo cose quasi inverosimili, ben al di là della comprensione umana… D’accordo con l’Autore, intendiamo proporvi questo testo proprio in questi giorni, nei quali si è verificato il massimo avvicinamento a Terra della cometa 3I/Atlas. Giorni nei quali si è portati anche a riflettere su un altra “cometa” – che probabilmente cometa non fu – quella che, secondo la tradizione, seguirono i Magi nel loro ricercare Chi desse senso all’uomo, orientandolo nel suo percorso nel cosmo. La cometa del racconto, come potrete leggere, è ben più di una “usuale cometa” come 3I/Atlas si dimostra essere, perché dalle sue caratteristiche si è portati a pensare… ma non voglio guastarvi il piacere di scoprirlo, proprio attraverso le parole di Gianluca. Buona lettura… e auguri! > ## 1. Lo strumento > > Il telescopio respirava, o almeno così pareva a chi, come La Zia, sapeva riconoscerne il cuore meccanico e le pulsazioni ottiche. > Nei sotterranei dell’osservatorio le pompe idrauliche gemevano a intervalli regolari e i ventilatori inspiravano e ricacciavano flussi d’aria con la costanza di un polmone artificiale. L’ossatura titanica che sorreggeva gli specchi, mantenendoli allineati con precisione micrometrica, aveva impiegato > appena un minuto per puntare il bersaglio di quella notte con un’accuratezza incredibile. Quel mastodontico mostro d’acciaio, pesante tonnellate, aveva percorso mezzo cielo scivolando silenzioso come una piuma leggera sul velo d’olio dei cuscinetti a pressione, poi si era fermato con decisione verso l’alfa della Vergine, inseguendone adesso il moto siderale con la perfezione di un orologio svizzero. > > La Zia — così lo chiamavano tutti, con quell’affettuosa abbreviazione che aveva sostituito il suo vero nome — non aveva mai smesso di pensare al telescopio come a un organismo. Non perché volesse umanizzarlo, ma perché nessun’altra metafora gli sembrava adeguata. Era un uomo dalla mente visionaria, tecnologo tenace e squisitamente sperimentale, con il sogno di rivelare l’ignoto realizzando strumenti capaci di sfruttare ogni risvolto delle leggi di natura. Come il V-Squalo, la telecamera avveniristica che registrava la visione del telescopio con il massimo dettaglio fisicamente possibile. > > L’osservazione era ormai iniziata. Il sensore scattava fotogrammi al frenetico ritmo di cento al secondo, nel tentativo di catturare ogni effimera variazione di quella macchia di luce che solo un astronomo avrebbe riconosciuto essere una stella… Scarica gratuitamente il PDF per leggere il racconto completo. La cometa interstellareDownload __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 19/12/2025
Ogni nuova tecnologia di osservazione apre un “nuovo universo”, trasformando la nostra percezione del Sistema Solare. Juno non fa certo eccezione. www.stardust.blog/2025/12/sorvoland…
stardust.blog
Io dico che ogni volta che si rende disponibile un nuovo modo di guardare il cosmo, si apre in realtà un _nuovo universo_. Ma in fondo è stato così da sempre, fin dall’inizio, fin dal principio della nostra avventura su questo piccolo pianeta, in orbita attorno ad una piccola stella, alla periferia di una enorme galassia a spirale. Così, le sonde moderne ci stanno regalando – proprio in questi anni – _un nuovo Sistema Solare_ , perchè i classici pianeti (diciamocelo, un po’ noiosi e «statici») che avevamo studiato a scuola, in qualche modo, è come se non esistessero più. O meglio, è come se fossero stati sostituiti da entità cangianti e meravigliose da guardare, da investigare, da ammirare. Ogni pianeta, ogni luna è un mondo a sé, ha caratteristiche uniche. E questo lo stiamo imparando proprio _adesso_. Proprio adesso è tutto nuovo, è tutto fresco, è tutto ancora da scoprire. E possiamo finalmente sperimentare _cose nuove_. Possiamo farci nuove domande. Come è volare sopra la luna più grande del Sistema Solare, come potrebbe sembrare ammirare dall’alto l’atmosfera del pianeta più grosso? Interrogativi che fino a pochi anni fa semplicemente non avevano alcun senso, potevano piuttosto sembrare questioni astratte. Poi, la tecnica di investigazione dello spazio è andata avanti. Ad inizio di agosto del 2011 la NASA ha lanciato la sonda Juno. Nel 2021, la sonda ha sorvolato Ganimede, una enorme luna di Giove (il quale di lune, parlando solo di quelle identificate, ne vanta quasi cento), scattando una serie di immagini digitali con le quali si è potuto ricostruire il sorvolo dettagliato. Secondo me il video è emozionante (grazie anche alla musica di Vangelis) e consiglio di vederlo a pieno schermo, dedicandogli – una volta tanto – una attenzione _totale_. Un’avventura formidabile, condensata in appena quattro minuti. All’inizio, Juno si lancia verso la superficie della luna, larga ben cinquemila chilometri, rivelando un paesaggio ghiacciato pieno di scanalature e crateri. Ed è già emozionante, osservare Ganimede in questo modo. Sembra proprio di sorvolarla. Le scanalature sono probabilmente causate dallo spostamento di faglie superficiali, mentre (ovviamente) i crateri sono causati da una serie di impatti violenti subiti dal satellite nell’arco della sua esistenza. Proseguendo indomita nel suo viaggio interplanetario, Juno esegue poi il suo trentaquattresimo passaggio ravvicinato sopra le nuvole di Giove. Il video, che rielabora le immagini di Juno per offrire una vista da «capitano di astronave» per i due sorvoli, mostra numerose nuvole vorticose nella parte nord. Fasce e altre zone colorate circondano il pianeta, con diverse nuvole bianche di forma ovale appartenenti alla Catena di Perle, poi infine altre nuvole vorticose al sud. Dobbiamo ringraziare di vivere in questi tempi così particolari, dove l’universo – vicino e lontano – si fa scoprire ogni giorno un po’ di più, e quello che vediamo non solo ci aiuta a comprendere dal punto di vista scientifico, nascita ed evoluzione dei corpi celesti, ma ci riempie di meraviglia e di stupore. Questo è uno dei compiti più nobili della scienza, mettersi a servizio della nostra capacità di meravigliarci e commuoverci – per un panorama, per un tramonto, per un abbraccio, per un animale domestico, per un sorvolo planetario – e meravigliandoci, continuare il viaggio nella conoscenza, quel viaggio che – insieme con quello meraviglioso e difficile dell’amore – ci rende veramente _vivi_. __ FacebookXTelegramStampa ### Mi piace: Mi piace Caricamento... ### _Correlati_ * * * ### Scopri di più da Stardust Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail. Digita la tua e-mail... Iscriviti
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 10/12/2025
Il famoso divulgatore Neil de Grasse Tyson, nel suo _Astrofisica per chi va di fretta_ ammette che la Terra è il suo vero pianeta preferito. Difficile dargli torto, ammirando questa spettacolare panoramica presa dalla Stazione Spaziale Internazionale. Davvero non c'è pianeta così bello, almeno […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 05/12/2025
Tra buchi neri e onde gravitazionali, “Il lato curvo dell'universo” (Bompiani, 2025) propone una vera e propria fusione di linguaggi. Scritto in versi liberi dal Nobel per la fisica Kip Thorne e illustrato dall'artista Lia Halloran, il libro racconta alcuni dei fenomeni più esotici del cosmo […]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 05/12/2025
_L'universo è fatto di storie, non di atomi. *E' quello che diceva la poetessa ed attivista **Muriel Rukeyser_ * e siamo totalmente d'accordo con lei. Noi del **Gruppo Storie **dell'Istituto Nazionale di Astrofisica ci crediamo profondamente e sperimentiamo […] [Original post on poliversity.it]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 04/12/2025
Al centro visite dei radiotelescopi di Medicina, tracce preziose di antica tecnologia. Quanta astronomia si è memorizzata su queste bobine a nastro, ormai sconosciuta ai più! Eppure perfino le sponde Voyager ai confini estremi del Sistema Solare hanno dei […] [Original post on poliversity.it]
Registratore a nastro
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 01/12/2025
Corre l'anno 2005. Sotto cieli densi di metano e azoto, la sonda **Huygens** tocca finalmente il suolo di Titano, la luna più grande di Saturno. La discesa, durata due ore e mezza, apre una finestra su un mondo che apparentemente non ci appartiene: rocce […] [Original post on poliversity.it]
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Marco Castellani @mcastel.poliversity.it.ap.brid.gy · 30/11/2025
L'immagine ha più di quindici anni ma le sorprese continuano ad arrivare. Cosa vediamo qui? Pennacchi spettacolari, sia grandi che piccoli, spruzzano ghiaccio d’acqua da molti punti lungo le celebri _tiger stripes_ , vicino al polo sud della luna di Saturno […] [Original post on poliversity.it]
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