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L'ESERCITO PIÙ MORALE DEL MONDO«L'esercito israeliano ama descriversi come «l'esercito più morale del mondo», e rivendica una superiorità etica presentando la propria violenza come puramente difensiva. La tesi del libro è che l'etica militare è ormai cruciale per la legittimazione ideologica della violenza in Israele: un ruolo che non coincide con la semplice propaganda né con una verniciatura d'immagine, perché l'etica fornisce legittimità morale alla violenza crescente, e arma il soldato con la coscienza pulita di chi crede di combattere in modo giusto. Persino la critica morale interna, il rito dello «sparare e piangere», produce un effetto paradossale, finendo per rilegittimare e incoraggiare la stessa macchina militare che dice di voler frenare. La dottrina della «purezza delle armi» e la figura del combattente etico non limitano la violenza: ne sono il carburante ideologico». (James Eastwood, Ethics as a Weapon of War, introduzione)Il punto su cui Eastwood scava in tutto il libro è molto più sottile della semplice ipocrisia. La morale, in guerra, ci dice: è un'arma schierata prima, parte integrante dell'apparato che rende il fuoco possibile. Il soldato persuaso di militare nell'esercito più giusto del pianeta non ha bisogno di mentire, spara con la coscienza serena di chi adempie un dovere superiore, e il suo rimorso, una volta affiorato, diventa esso stesso una risorsa da usare, se prova rimorso è umano e allora il suo compito è giusto e il suo cuore è dove deve stare. Eastwood smonta il celebre rito dello “sparare e piangere”, il combattente sensibile che versa lacrime sulle proprie vittime e racconta il proprio tormento. Quella confessione, lungi dall'incrinare il sistema, lo rinsalda, infatti dimostra al mondo che dietro le armi batte un cuore in pena, e che una forza capace di soffrire per ciò che fa sarebbe moralmente superiore alle altre. La sofferenza esibita assolve in anticipo, e converte il carnefice in vittima della propria sensibilità.