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# Immigrazione: avanti con i Centri di permanenza per il rimpatrio, ma aumentano solo costi e opacità
Nel 2025 gli ingressi nei Cpr toccano il record di 6.835. Ma le espulsioni dai centri crollano del 45,1%: a dirlo è un nuovo rapporto di ActionAid e Università di Bari. Giuseppe Campesi, coordinatore scientifico del rapporto. «Non è più solo inefficienza, è una questione di legittimità». Così undici anni di politiche di rimpatrio smentiscono il dogma della detenzione amministrativa
di Angela Gennaro
Perché non voglia per nulla al mondo tornare “a casa sua”, in Senegal, non lo racconterà mai. Non c’è la guerra, ma ci sono tante altre ragioni. Di certo ottime, ma nulla (legittimamente) che voglia raccontare. È una mattina di febbraio e Ahmed (il nome è di fantasia), prima di essere portato dal Centro per il rimpatrio di Macomer, dove si trova da sei mesi, in aeroporto a Cagliari per essere rimpatriato, ingoia delle batterie e un anello di fronte agli agenti della penitenziaria. La corsa in ospedale e il rientro al Cpr danno poi, finalmente, tempo al suo legale di riuscire a tirarlo fuori da lì. Dopo aver pagato costi umani e di salute altissimi.
**La politica dei rimpatri e dei Cpr non solo va avanti, ma viene rafforzata e rilanciata**. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi annuncia l’arrivo di altri sei centri – uno in Campania, Toscana, Calabria, Emilia Romagna e due in Trentino Alto Adige – il nuovo report di ActionAid Italia e dell’Università di Bari con il progetto Trattenuti, dal titolo “**Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025** ”, scoperchia l’ennesimo paradosso. Perché, lo dicono i dati, la coercizione aumenta, l’efficacia tutt’altro: i rimpatri diminuiscono, i giorni di detenzione aumentano e i costi per la collettività, così, esplodono.
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«I dati mostrano l’opposto di quanto spesso si sostiene: l’aumento dei posti nei Cpr non ha reso i rimpatri più efficienti», spiega a VITA **Giuseppe Campesi** , professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e coordinatore scientifico del nuovo rapporto.
**«Tra il 2022 e il 2025 sono aumentati gli ingressi nei centri, mentre i rimpatri effettivamente eseguiti si sono dimezzati»,** spiega Campesi. Lo scorso anno ha visto nel paese il numero più alto di ingressi nei centri per il rimpatrio: quasi 7mila persone (6.835). Ma “solo” 1.732 persone sono state effettivamente rimpatriate nei paesi di origine dai 4.784 rimpatri forzati complessivamente eseguiti dai Cpr. Si tratta, dice il report, del 25,3% delle persone entrate.
**Poco più di 3mila casi, il 63,8% ovvero circa due rimpatri su tre sono avvenuti fuori dai centri.** «In questi anni, più capacità detentiva non ha significato più rimpatri: ha significato soprattutto più persone trattenute, più a lungo, senza un corrispondente aumento dei risultati», commenta Campesi. Il corto circuito è fotografato dai numeri. Il 2022, con 10 Cpr e 803 posti, registra 6.457 ingressi e 3.154 rimpatri dai centri. **Il 2025, con 11 centri e 883 posti, vede le detenzioni crescere del 5,9% e le dai Cpr crollare del 45,1%. I rimpatri totali sono aumentati, sì, del 22,2%, ma l’aumento – da 762 a 3.052 – si è registrato principalmente fuori dai centri.** Che sono tante cose, ma non il “motore” delle espulsioni, cardine di una precisa scelta comunicativa dell’attuale esecutivo.
### I costi
La detenzione amministrativa nei Cpr, dettaglio spesso dimenticato, non è una pena detentiva. **Le persone trattenute nei centri non sono lì per avere commesso un reato, ma perché vengono trovate sul territorio italiano sprovviste di documenti validi.** Oppure perché sono appunto destinatarie di un provvedimento di espulsione e non è possibile eseguire il rimpatrio immediato. Le ultime modifiche introdotte dall’attuale governo hanno portato la durata di trattenimento estendibile a 18 mesi (è il limite massimo dato dalla legge europea) con proroghe di 90 giorni in 90 giorni.
Ma si riesce a rimpatriare sempre meno, dice il report, mentre aumenta la coercizione. La stima parla di 148 giorni nel 2025 di giornate di detenzione per ciascun rimpatrio dai Cpr: più del doppio della media 2018-2024 (62-84 giorni).
Quello che invece cresce, sempre tra il 2018 e il 2025, è l’ammontare totale della spesa detentiva: 217,1 milioni di euro (66,2% solo tra il 2023 e l’anno scorso) tra Cpr e Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera, ancora più centrali oggi con l’approvazione del patto europeo asilo e migrazioni.**Ogni rimpatrio dai Cpr costa, nel 2025, in media 20.200 euro sulla spesa complessiva**. Per la sola spesa corrente, quindi gestione e manutenzione ordinaria, il costo è schizzato del +178%, passando da 4.265 euro nel 2023 a 11.855 euro nel 2025. «Il fallimento del sistema ha un costo molto elevato, sia economico sia umano», sottolinea Campesi, che da tempo studia le politiche securitarie e i loro effetti. «In appena due anni, la spesa per ogni rimpatrio effettivamente realizzato attraverso i CPR è aumentata del 156,5%, superando i 20.000 euro per persona rimpatriata». E aumenta anche il costo pagato in termini di libertà: «Nel 2025 sono state necessarie in media 148 giornate di detenzione per ottenere un solo rimpatrio, più del doppio rispetto alla media degli anni precedenti. Si spende di più e si detiene di più per ottenere meno risultati».
### E la trasparenza?
Un altro punto che viene spesso poco citato è che a rendere possibili i rimpatri sono gli accordi – o i disaccordi – con i Paesi di origine delle persone in movimento. Senza, nulla si può fare (e questo illumina di significato la corsa a nuovi meccanismi di rimpatri in paesi terzi con cui fare accordi). Quelli in Tunisia e in Albania rappresentano il 59% dei rimpatri nei sette anni 2018-2024. Dal 2024 al 2025 le persone rimpatriate via charter verso la Tunisia sono passate da 1.705 a 360: «centri, scorte e mezzi non creano da soli le condizioni per il rimpatrio, che dipende dall’esistenza di corridoi costruiti in cooperazione con i paesi di destinazione», spiega il report. Mentre i ritorni autonomi sono poco più di 1300. Ma in tutti gli undici anni complessivi considerati dal report a essere protagonisti sono i rimpatri forzati, fra il 70,6% e il 92,8% del totale.
La detenzione amministrativa però colpisce anche persone che arrivano da paesi come Siria, Afghanistan, Iran, Iraq o Algeria: in questi casi il tasso di esecuzione del rimpatrio, proprio per la presenza o meno di accordi, è praticamente nullo. Il 47% degli ingressi viene dalla Tunisia, ma per il resto delle persone trattenute nei Cpr ha nazionalità difficilmente rimpatriabili. «I dati non sollevano più soltanto un problema di efficienza: pongono una questione di legittimità della detenzione amministrativa», conclude Campesi. «La normativa ammette il trattenimento ai fini del rimpatrio solo quando è necessario, proporzionato e non sostituibile con misure meno coercitive. Eppure il 64% delle persone che entrano nei Cpr proviene da Paesi verso i quali il rimpatrio, nei fatti, avviene solo in misura marginale. Se la privazione della libertà viene utilizzata sempre più intensamente senza produrre un corrispondente risultato esecutivo, non siamo più di fronte soltanto a un sistema inefficiente: diventa necessario chiedersi quale sia il fondamento giuridico concreto di quella detenzione».
La detenzione dovrebbe insomma essere collegata a una effettiva prospettiva di allontanamento. Prospettiva che non c’è, se non c’è l’accordo con il paese di origine. Ci sono, si spiega nel report, prefetture che motivano il mancato accesso ai verbali ispettivi dei Cpr col rischio che la diffusione delle informazioni possa «alimentare proteste e tensioni». Un po’ sulla falsariga dei recenti dinieghi all’accesso alla stampa in Albania, le strutture situate della zona portuale di Shengjin e nel territorio di Gjader, per cui l’amministrazione negli ultimi mesi ha deciso di «non concedere il nulla osta all’ingresso in quanto l’attuale clamore mediatico che coinvolge i centri di permanenza per il rimpatrio sconsiglia, al momento, l’ingresso nei suddetti centri, onde evitare rischi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica».
**E il Viminale, spiegano infine ActionAid e Università di Bari nel loro report, per il 2025 ha rifiutato di fornire i dati dei rimpatri distinti per nazionalità, già comunicati in precedenza.** Per evitare, sostiene il ministero, che il dato potesse “subire interpretazioni”. «C’è un serio problema di democrazia: interpretazione, critica e contestazione nello spazio pubblico non sono effetti indesiderati della trasparenza, ma condizioni essenziali per valutare una politica che ricorre ampiamente alla detenzione e all’uso della forza».
_Foto LaPresse/Claudio Furlan_
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* Immigrazione
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